La politica industriale tedesca fa i conti con il colosso Cina

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Un’analisi tratta dalla rivista Internazionale sulla diatriba tra politica industriale della Germania e il cambiamento della Cina nei suoi confronti: il buon cliente cinese si è trasformato in investitore

Dopo che il 6 febbraio la Commissione europea ha bloccato la fusione nel settore ferroviario tra la tedesca Siemens e la francese Alstom, in Germania è ripartito il dibattito sulla politica industriale. Già il giorno prima il ministro dell’economia Peter Altmaier aveva annunciato “una strategia industriale nazionale da qui al 2030” che indicherà “orientamenti per una politica industriale tedesca ed europea”. Dopo lo scoppio della crisi nel 2008, i governi guidati da Angela Merkel si sono ispirati soprattutto all’imperativo dell’equilibrio di bilancio.

Secondo la rivista Internazionale, che ha ripreso un articolo di Le Monde, Le imprese tedesche sono fiorite grazie alla domanda cinese di veicoli e attrezzature, e i risultati sembrano incontestabili: dal 2010 c’è una crescita ininterrotta, la disoccupazione è al minimo e il surplus commerciale al massimo.  Nel paese aumentano le disuguaglianze e c’è una forte dipendenza dall’economia cinese (la Volkswagen vende quasi un auto su due in Cina). Inoltre il buon cliente cinese di un tempo si è trasformato in investitore: accolto all’inizio come quello che avrebbe raddrizzato le sorti delle imprese tedesche in difficoltà, in seguito ha rafforzato la sua presenza. Alla fine del 2016, per esempio, il gruppo cinese Midea ha comprato a sorpresa la Kuka, un’azienda tedesca specializzata nella produzione di bracci articolati intelligenti, un simbolo della cosiddetta Industria 4.0.

Allora gli ambienti industriali tedeschi sono diventati diffidenti. Il cinese in fin dei conti non era quel gentiluomo disposto ad accettare educatamente le regole dell’economia di mercato alla Erhard. Le imprese tedesche in Cina si lamentano della concorrenza sleale di gruppi sostenuti dal governo di Pechino, che punta nel lungo periodo al dominio tecnologico investendo somme colossali in settori come l’intelligenza artificiale e la robotica. A gennaio il Bundesverband der deutschen Industrie (Bdi, la confindustria tedesca) ha espresso per la prima volta preoccupazione per la “concorrenza sistemica” della Cina.

Industria 4.0 – Intelligenza artificiale

A Berlino la minaccia è ritenuta così seria che il ministro dell’economia osa rovesciare i miti fondatori tedeschi. Le imprese a conduzione familiare del Mittelstand, il ceto medio, rischiano di non riuscire più a sostenere la potenza industriale del paese. Soprattutto se i grandi gruppi come Volkswagen e ThyssenKrupp, invischiati in crisi o costose ristrutturazioni, fanno fatica a seguire i rapidi cambiamenti tecnologici in corso in Cina e negli Stati Uniti. Secondo Altmaier, quindi, ci vogliono più stato e più Europa: bisogna proteggere le tecnologie del futuro, entrando se necessario nel capitale delle imprese, e dando vita a “campioni europei” di grandi dimensioni.

Il ministro discute da mesi di progetti comuni con il suo collega francese, il germanofono Bruno Le Maire. È in corso un’intesa franco­-tedesca in materia di politica industriale. Si parla di Airbus dotati di intelligenza artificiale, di un progetto europeo per facilitare le sovvenzioni nel settore della fabbricazione di cellule di batterie per le automobili. Meccanismi simili sono stati già usati nel campo dell’elettronica. È la strada giusta? La Commissione europea ha bloccato il progetto del “campione ferroviario” franco-­tedesco, e d’altro canto una certa Germania respinge l’idea di cambiare ricette che funzionano e si prende gioco del ministro francofilo, accusandolo di dirigismo economico d’ispirazione cinese. Altre voci, tra cui quella del Bdi, ritengono al contrario che sia ora di pensare in modo strategico al futuro dell’industria in Europa. Il dibattito è aperto e tocca uno dei miti più forti della Germania postbellica.

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