Google Home, giovane sistema AI che cresce e impara

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Google Home

L’assistente Google “in scatola” migliora con il tempo, ma offre anche spunto per una serie di riflessioni. Siamo solo agli inizi della nostra esperienza nel rapporto diretto uomo/AI e dobbiamo imparare molto. Soprattutto a porci domande

All’inizio della primavera Google Home e Google Home Mini sono arrivati in Italia, abbiamo raccontato su ITespresso la nostra prima esperienza e i primi dubbi.

Questi dispositivi rappresentano la possibilità per Google di entrare nelle case per offrire servizi, comodissimi, e allo stesso tempo imparare, da quello che diciamo (anche senza rivolgerci a Google) e chiediamo, più difficile pensare ad un utilizzo in ufficio, anche se sarà proprio l’utilizzo in ambito consumer, ad aprire poi le porte ad ulteriori applicazioni business quando il sistema di apprendimento sarà maturato ulteriormente.

Molto interessante ci sembra l’evoluzione delle capacità di Google Home in questi mesi in cui abbiamo utilizzato l’assistente.

L’evoluzione di Google Home

In alcuni ambiti addirittura i progressi sono stati davvero importanti. Per esempio dopo aver individuato alcune domande che inducevano Google Home in errore a distanza di mesi effettivamente Google “ha appreso”.

E’ un esempio puntuale ma indicativo. Si chiedeva a Google Home di far ascoltare Smooth Criminal di Michael Jackson, Google ripeteva correttamente titolo e autore, poi però faceva ascoltare una canzone a caso di Michael Jackson.

Nel tempo, invece, abbiamo apprezzato il miglioramento nel riconoscimento delle richieste e la riduzione di errori, possibilità effettivamente legate alle capacità di evoluzione degli algoritmi sulla scorta dell’utilizzo, con un italiano ancora da migliorare (Google Home pronuncia “desidèri” anche quando dice “se desìderi”).

Invece Google Home resta del tutto neutrale a domande del tipo: “Come si chiama mio figlio”, “Quanti figli ho”, “Qual è il mio numero di telefono”, anzi, sui numeri di telefono trova tutti quelli che volete, se si chiede di esercizi e uffici, ma non vi fornisce quelli delle persone  (effetto Gdpr?).

Google Home e Google Home Mini
Google Home e Google Home Mini

In alcuni casi si tratta di domande la cui risposta è già nei database di Google, legate per esempio anche all’utilizzo dei sistemi di parental control (nel caso specifico della domanda sui figli), sulle quali a nostro avviso Google è stato però addestrato a non rispondere.

Una dimostrazione che l’AI non è entità astratta che tutto impara e tutto elabora, ma che in ogni caso può essere indirizzata, ed è proprio questo indirizzamento a offrire altri spunti di riflessione, estendibili ben oltre la sfera del suo utilizzo in ambito domestico, da cui parte la nostra riflessione.

Un sistema Digital Assistant maturo potrebbe nascondere delle soluzioni ai problemi ed evidenziarne solo alcune, oppure preferire determinate risposte sulla base di determinati bias, nessuno oggi può essere in grado di garantire la “neutralità”. E non è un aspetto da poco.

Presto arriverà anche in Italia la possibilità di interrogare l’assistente senza dover anticipare “Ok Google!” perché per fare in modo che l’AI di Google sia funzionale ai nostri bisogni deve essere sempre più semplice da usare, imparare in fretta e bene, per crescere e diventare irrinunciabile.

Intanto però si registrano anche i rilievi sui problemi di “mancato controllo” da parte di Google. Per esempio si scopre che questi dispositivi permettono ai siti Web di raccogliere informazioni relative alla posizione degli utenti perché interagiscono con le reti senza fili di prossimità (e quindi sulla loro posizione) per compiti per esempio come l’assegnazione di un nuovo nome al dispositivo, prestando quindi il fianco ad attacchi di tipo DNS rebinding.

Google promette la patch, ma è un dato di fatto che non solo Google Home sta imparando, ma dobbiamo imparare anche tutti noi e dobbiamo renderci conto di benefici e rischi legati a questi device.

Il confronto sul campo ci ha anche permesso di fare qualche riflessione. Gli utilizzi più frequenti del dispositivo in famiglia hanno riguardato per esempio l’ascolto della musica, gli appuntamenti (sveglie e timer), le domande curiose (informazioni puntuali), l’ascolto della radio. Nel tempo l’utilizzo invece di aumentare è diminuito da parte di tutti i componenti. Tante curiosità, insomma, ma se ne può fare davvero a meno, oppure può essere vero che a un assistente digitale si può scegliere di abituarcisi o no.

Google Home è un oggetto desideratissimo, ma spesso dopo un hype di interesse iniziale ce ne si dimentica, perché è un dato di fatto che il device non rappresenta un risolutore di problemi, ma un facilitatore e ancora decisamente limitato.

E’ in grado di dirvi cos’è la pasta alla carbonara, ma non vi trova la ricetta per farla, e tuttavia è in grado di imparare e siamo certi che sia questa la sua capacità maggiore e presto potremo cucinarla.

Certo, lo fa anche a spese nostre e a tutto vantaggio di Google. I suoi sviluppi in questi pochi mesi di utilizzo sono risultati interessanti ma non eclatanti, bisogna spesso riformulare le domande, siamo ancora noi a doverci adattare a lui, ed è difficile ancora pensare ad un utilizzo importante per esempio in ambito business, in ufficio. Parliamo di Google Home, sia chiaro, non di machine learning e AI.

Per quanto riguarda l’offerta invece mentre troviamo interessante la proposta Google Home Mini per rapporto qualità prezzo (costa 59 euro) , Google Home a nostro avviso costa troppo di più in base a quanto offre di più, e in alcuni casi ci è sembrato addirittura meno sensibile nel riuscire ad intercettare le nostre richieste a volume basso, forse anche per il suo design con la parte superiore che non è abilitata alla diffusione.

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