Nessun bavaglio nel mercato delle idee

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Ancora polemiche sul copyright e sulla legge che tutela il diritto d’autore per il Ddl di Butti. Sono coinvolti tutti gli editori, online e non. Un chiarimento necessario per i professionisti dell’informazione

Sul Web si è rianimato il dibattito sullo sfruttamento dell’opera dell’ingenio e del diritto d’autore, in particolare si sono scatenati nel dibattito blogger, tecnici e addetti ai lavori.

La disputa è sorta in relazione alla legge n. 633 del 1941 (art. 65) e al disegno di legge che porta come primo firmatario Alessio Butti. C’è chi ha parlato di disegno liberticida per la circolazione delle idee in Rete, chi ha scritto addirittura che si tratta di un decreto (la sigla DDL però è chiara, se non la si conosce meglio tacere), chi si è espresso criticando non tanto l’intenzione quanto la forma troppo ambigua, e i più “brillanti” sono riusciti a parlare anche della cache del browser, che finirebbe fuorilegge (niente di più falso). Il disegno di legge di Butti (qui il testo DDL 2297) in realtà vola più in alto, ed è composto da un unico articolo che serve proprio a sgomberare il campo dalla possibilità che contenuti commissionati e pagati dagli editori, siano utilizzati, a piacere, da altri, senza riconoscere economicamente lo sforzo di chi li ha prodotti. Il DDL di Butti prevede semplicemente che all’articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, dopo il comma 2, sia aggiunto il seguente fine:

«2-bis. Al di fuori dei casi di cui al comma 1, l’utilizzo o la riproduzione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, di articoli di attualità pubblicati nelle riviste o nei giornali, allo scopo di trarne profitto, sono autorizzati esclusivamente sulla base di accordi stipulati tra i soggetti che intendano utilizzare i suddetti articoli, ovvero tra le proprie associazioni di rappresentanza, e le associazioni maggiormente rappresentative degli editori delle opere da cui gli articoli medesimi sono tratti. Con i medesimi accordi sono stabilite la misura e le modalità di riscossione da parte dell’editore del compenso dovuto».

Si può -sulla base di queste premesse- pensare che con il DDL di Butti sarà vietato il riferimento agli articoli via link, a patto che questi link riportino alla pagina dell’editore che detiene i diritti? Sembra di no. Qualcuno lo teme, ma non è proprio questa la ratio della proposta. Così come è impensabile sostenere che, con la proposta di Butti, nessun altro possa esprimere delle idee su quanto ha letto, se crea un’opera dell’ingegno di nuovo originale. Il Ddl di Butti nasce al contrario per tutelare una pratica assai fastidiosa, che è quella dello sfruttamento di quanto hanno scritto altri, allo scopo di ‘nutrire’ i propri prodotti editoriali con il lavoro altrui, riportando pezzi interi di articoli per farsi indicizzare dai motori. E questo al di fuori di quanto espresso dal comma 1, senza alcun rispetto nella citazione delle fonti, oppure – anche se riportando le fonti – in modo tale da vanificarne la citazione, perché tanto il contenuto ricompare tale e quale.

L’algoritmo di Google, che pure presta attenzione all’originalità di quanto viene pubblicato sulla Rete,  viene ‘affinato’ anche secondo l’importanza e l’affidabilità dei siti che propongono i contenuti, e punisce le semplici repliche, ma non basta comunque a frenare la pratica di copia, cui non pochi sono avvezzi. Qualsiasi legge si può migliorare, ma pensare che la Rete sia il luogo dove il copyright  sia come cenerentola, dove tutto si possa fare, e dove tutto sia dovuto è altrettanto allarmante.

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