Micro Focus evidenzia le contraddizioni per il cambio di passo nello sviluppo applicativo

Enterprise
Giuseppe Gigante, Microfocus

SLIDESHOW – Nel mondo dello sviluppo la collaborazione tra i team, la risposta al business e la condivisione sono fattori critici riconosciuti, ma l’automazione dei processi lo è molto meno. I risultati di una ricerca Micro Focus

Come spunto di riflessione agli addetti ai lavori, e momento di verifica sulla propria offerta, Micro Focus propone un’interessante survey che ha come obiettivo principale quello di fotografare il mercato italiano dal punto di vista dello sviluppo applicativo. Illustra i risultati Giuseppe Gigante, Regional Marketing Manager Micro Focus, aiutato dall’ analista e ricercatrice Elena Vaciago,  responsabile della ricerca sviluppata con The Innovation Group.

Micro Focus ha puntato i riflettori su un campione di 178 aziende italiane, rappresentative di tutti i settori di mercato, certamente del mondo IT, ma con significative componenti legate al financial, al settore pubblico. Un campione quindi variegato, su uno spettro completo, anche per quanto riguarda le dimensioni aziendali. Micro Focus ha voluto ascoltare in particolare proprio chi in azienda si occupa di sviluppo e il campione rispetta questa scelta. Lo vediamo nella grafica.

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Il ruolo degli intervistati

 

Un dato è subito chiaro, nel 70 percento dei casi gli sviluppatori vedono il Web come destinazione finale del proprio lavoro applicativo. Una tendenza che era già stata confermata gli anni scorsi. Ma oggi con una componente mobile in continua crescita. Le aziende scelgono mobile e cloud per proiettare in avanti il proprio business, ma resta forte lo zoccolo di chi assesta lo sviluppo applicativo sugli asset già operativi e sulle applicazioni native, e chi trasforma il parco applicativo già in uso.

Nella nostra analisi vogliamo tenere intenzionalmente il focus su una proposta interpretativa, demandando alle infografiche del nostro slideshow, il riscontro dei dati. Evoluzione quindi senza stravolgimenti è il modello che guida le attività di sviluppo. Le aziende sviluppano, manutengono, ma rimangono focalizzate sugli asset in uso, per questione di costi, per ragioni pratiche. Gigante si sofferma sulle criticità: “Le priorità nelle scelte di sviluppo sono la riduzione dei costi e una migliore risposta agli utenti – sia interni, sia esterni – e al mercato, e solo in seconda battuta, a distanza, le preoccupazioni di adesione ai requisiti normativi”.

Gli sviluppatori, oltre all’allineamento con le richieste del business, sentono l’importanza di mantenere alta la conoscenza in merito all’acquisizione e alla tracciabilità dei requisiti applicativi (quindi sentono il bisogno di conoscere perché si sviluppa una determinata applicazione, e a chi è destinata).

La collaborazione tra i team e la condivisione diventano fattori critici, per garantire la qualità finale del prodotto con un migliore time to market. A questo dato però subentra in netta controtendenza quello relativo al fatto che “l’automazione dei processi tramite l’integrazione tra le diverse fasi di sviluppo e la visibilità sul progetto di tutti gli attori coinvolti, non sono ritenute particolarmente significative”. Per Gigante è questa la contraddizione forte all’interno delle aziende, ben evidenziata dalla survey: esse sembrano non vedere che automatizzare il più possibile è strategico, basterebbe pensare alla criticità dei continui aggiornamenti quando si sviluppa per il mobile.

Giuseppe Gigante, Microfocus
Giuseppe Gigante, Regional Marketing Manager Micro Focus

La metà del campione gestisce i progetti di sviluppo software in modo misto, con team esterni e interni. Il 42 percento solo con team interni (è la componente del campione che opera nel comparto IT). Ancora una volta, chi deve lavorare con un team non del tutto interno si scontra con il bisogno di monitorare l’andamento di un progetto, e si accorge della mancanza di strumenti adeguati per poterlo fare.

.Net e Java sono le piattaforme di sviluppo d’elezione, la prima trasversale sul mercato, mentre Java (tipicamente mainframe) preferita da settori specifici (financial, manifatturiero, telco). Questo significa che il mondo mainframe, che ha compiuto 50 anni proprio in questi mesi, pesa per oltre il 30 percento ancora sull’infrastruttura applicativa di un’azienda tipo.

Per questo la necessità di integrare e condividere sarà sempre più forte, e per questo l’utilizzo di strumenti di automazione è ancora di più fattore critico, in coerenza con la preoccupazione di Micro Focus che nella survey svela anche quella, per oltre il 60 percento del campione, relativa al problema dell’integrazione nella forza lavoro di nuovi sviluppatori, su quelli che sono i processi di sviluppo intorno alle applicazioni già esistenti. Significa che il cambio generazionale degli addetti allo sviluppo applicativo comporta difficoltà nel riutilizzare le competenze e, allo stesso tempo, porta difficoltà a reperire competenze subito operative in relazione a determinati linguaggi: Java (per le sue caratteristiche di linguaggio non commentato, ad oggetti, ma a compartimenti stagni, come blackbox) e Cobol (non ci sono nuovi sviluppatori che conoscono bene i ‘diversi’ Cobol, non solo quello di Micro Focus, che per risolvere questo gap propone l’Academic Program).

Nelle aziende è sconvolgente vedere come solo il 20 percento del campione disponga di strumenti per la gestione dei requisiti applicativi specifici. Eppure la richiesta della qualità in tutto il ciclo di sviluppo è considerata fondamentale. Gigante: “Spesso gli strumenti sono fatti in casa, vanno bene fino a quando si lavora su applicazioni client/server, non più quando i progetti sono condivisi con realtà esterne”.
E’ un ulteriore fattore di ritardo nella corsa al time to market, tantopiù se pensiamo al moltiplicarsi delle versioni, a seconda non solo della loro maturità applicativa, ma anche degli Os di destinazione.

Infine si arriva alla considerazione sulle criticità in fase di testing. Il testing di efficientamento dell’applicazione in modo automatico, riguarda una media di appena il 12/13 percento del campione. E nel 46 percento dei casi il testing è solo sulla parte funzionale (ci sta nel caso di una software house), ma quando si parla di test prestazionali, la mancanza di automazione implica necessariamente gravi ritardi. Si vuole abbracciare il cloud, ma non si dispone degli strumenti di verifica prestazionale, quelli più critici quando ci si espone in questo senso.

Conclude Gigante: “La survey fotografa una situazione in cui è richiesto pieno allineamento all’evoluzione del business e collaborazione tra i team, ma automazione e condivisione sono ritenute secondarie. Le piattaforme native sono rivalutate e utilizzate al massimo, ma si paga il gap generazionale sulla capacità di integrazione delle competenze. In pratica culturalmente ci si trova un passo indietro”. Integrare i team di sviluppo è possibile solo se si rinuncia a ragionare per silos; chi può mettere in relazione le ragioni del business, la domanda e l’offerta applicativa sarà forse rappresentato da una nuova figura trasversale, padrona della tecnologia, ma di più ampie competenze. Il lato positivo della medaglia? I tassi di crescita: cresce lo sviluppo Mobile, Cloud, quello degli strumenti, c’è voglia di migliorare e la percezione di poterlo fare.

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