I modelli di servizio nell’era IoT

Nel 1998 inizia la sua esperienza nel mondo IT in Mondadori e partecipa alla nascita di Web Marketing Tools di cui coordina la redazione. Redattore esperto di software per PC Magazine, e caporedattore di ComputerIdea, segue da circa 20 anni l'evoluzione del mondo hardware, software e dei servizi IT in un confronto continuo con le aziende leader del settore

Dalla centralità delle appliance, all’importanza dei servizi. I cambiamenti di paradigma nell’era di Internet of Things e i valori in gioco

Proviamo a delineare e modellizzare l’evoluzione dell’IT e dei servizi tenendo conto di come li abbiamo visti cambiare negli ultimi cinque anni e nella prospettiva dei cambiamenti tecnologici che probabilmente vedremo in ambito cloud, big data e IoT.

Indubbiamente, come trend in atto, abbiamo già assistito alla perdita di centralità dell’hardware, sia a livello di device, sia a livello di appliance, a vantaggio del software e, in prospettiva specifica, dei software di business intelligence, dando per affidabili e collaudati i servizi di gestione sottostanti.

Con un esempio pratico possiamo richiamare il livellamento in atto in ambito tablet, smartphone, laptop, storage per le Pmi e via via salendo. Una volta individuate le caratteristiche di base, e garantito il buon funzionamento del hardware per quello che deve fare, contano già molto di più il sistema di servizi offerto e la possibilità di utilizzare servizi uguali su Os diversi. Vuol dire in pratica saper scegliere da un lato applicazioni multipiattaforma e, con priorità ancora maggiore, quelle in grado di triangolare le informazioni, grazie al cloud, su qualsiasi altro device, anche con Os diversi e, perché no, anche dialogando con altre applicazioni di quell’ecosfera (interoperabilità e scambio di dati compresi). Un esempio che comprendono anche i bambini: in ambito consumer ci sono già applicazioni di fitness multipiattaforma in grado di scambiarsi i dati a seconda delle sfaccettature precise di un’app rispetto a un’altra. Quindi ci sono app che registrano l’attività sportiva e la pressione sanguigna e che trasmettono il consumo di calorie effettivo ad app che registrano gli alimenti assunti e i valori nutritivi. Immaginatevi cosa non si può arrivare a fare in ambiti ben più verticali.

Gartner, device interconnessi
Gartner, una proiezione sul numero dei device interconnessi dal lontanissimo 2009 al 2020

E’ fase del tutto superata, quindi, quella della sincronizzazione dei dati via cavo con il computer (o il server locale) visto come punto centrale dell’attività di ufficio e a casa, non solo perché scomoda, ma anche perché generatrice di infiniti problemi di duplica e deduplica; è superato pertanto anche il concetto dell’appliance e del device come “contenitore” effettivo di dati. La capacità di storage, in sintesi, è legata più alla quantità di dati che si ha bisogno di visualizzare, che non al fatto che quei dati debbano stare sempre sul device, il cui ruolo ideale diventerà sempre di più quello di semplice interfaccia, con modalità di interazione che si sposteranno dal touch, alla voce, all’individuazione passiva dei bisogni anche a seconda dei movimenti biometrici dell’utente.

Si va verso un IT di consumo sempre più decentralizzata, con server, software as a service e servizi veri e propri al centro. Non sembra, ma anche questi processi di cui si parla da tanto, stanno entrando solo ora nel dna dei vissuti quotidiani. Dati per scontati da una certa fascia di utenza, sono ancora tutti da scoprire da parte di un’altra fascia (e purtroppo non parliamo solo degli anziani).

Intel Modello Iot e problematiche
Quattro asset cardinali per la messa a valore di Iot, secondo Intel

 

Iot, figlia del cloud e madre dei Big Data

Entriamo quindi nell’era IoT. Dopo il cloud, e prima della reale messa a valore dei Big Data, questo passaggio pone alcune criticità. A livello di infrastruttura quando si moltiplicheranno le possibilità di interazione tra sistemi – anche semplicemente pensando alla domotica – , solo l‘unicità di protocolli, reti, e tecnologie potrà salvarci da una babele a tutto svantaggio dei consumatori e del business. La sicurezza di un investimento in questo ambito dipende necessariamente dal mantenimento del valore, anche nel tempo.

Di fronte a soluzioni diverse di vendor diversi non si può più aspettare che lo standard emerga dalla lotta tra diverse soluzioni; non c’è il tempo in termini di business, perché la velocità è decuplicata rispetto agli scenari che hanno visto affermarsi, per fare un esempio, anche solo il protocollo IP. E vediamo proprio in questi mesi, in ambito bigdata e cloud , quanto sia veloce e insistente la spinta per esempio per un supporto rispettivamente al framework ‘unificante’ Hadoop e al controller Openstack.

Il mondo dell’Internet delle cose ha bisogno quindi di un unico linguaggio e di un’infrastruttura di banda adeguata perché a differenza che nel passato non è più la programmazione ad essere indietro e a rappresentare l’anello debole della catena. E le idee nemmeno mancano.

A questo punto in un ipotetico scenario futuribile, l’hardware di suo è destinato ad avere ancora meno valore: vendor e partner potrebbero benissimo, per esempio, concedere anche i bianchi (lavatrice, frigor) come commodity, a patto che l’utente sottoscriva un accordo sui servizi: il bianco non segnalerà agli altri elettrodomestici solo la fascia oraria migliore ad esso riservata per partire e per fare quello che deve, ma continuerà a segnalare in tempo reale parametri di funzionamento e ‘telemetrie’ che porteranno a prevenire, anziché curare i guasti. E insieme a questi dati ne viaggeranno tanti altri, molto più personali.

Si pagheranno di più i servizi, anche se i guasti saranno di meno, per tutta la sfera della prevenzione di cui beneficerà maggiormente il vendor che continuerà ad avere il suo guadagno, un maggiore controllo sugli apparecchi e meno ore uomo sui fogli elettronici da pagare per interventi onsite . L’utente pagherà meno (o quasi nulla) l’elettrodomestico e beneficerà di meno scocciature. Nel pacchetto delle offerte potrebbero poi rientrare anche la cessione dei dati e delle proprie abitudini: quante volte la famiglia Rossi lava, quando, cosa, con che frequenza. Una cessione simile di informazioni ha un valore, però solo modelli ontologici ad hoc per i Big Data e software di business intelligence avanzati potranno mettere a frutto. Fino a quel momento IoT potrà produrre solo una minuscola frazione di business. Invece quando tutto sarà a regime viene quasi scontato pensare che il valore dell’elettrodomestico di suo sarà praticamente nullo.

Abbiamo fatto l’esempio dei bianchi, ma ci sono ambiti in cui questo processo è in fase anche più avanzata. Basti pensare per esempio al mondo del printing, ma sarebbe ancora banale. La prospettiva infatti diventa incredibile se si proiettano queste suggestioni nell’healthcare con i relativi risparmi sul monitoraggio della salute, che ora avviene attraverso infrastrutture sanitarie, spostato sui device. Secondo uno studio McKinsey si prevede che da qui al 2025 i device di monitoraggio ad utilizzo personale sulle malattie croniche in grado di dialogare con banche dati sanitarie raddoppieranno dal 10 al 20 percento, con la possibilità di servizi e monitoraggi più accurati, costanti e un risparmio che salirà dai 900 miliardi ai 2.100 miliardi di dollari a livello mondiale. Cifre impressionanti.

Quando il servizio acquista valore

In futuro si può pensare realisticamente, quindi, che chi resta vincolato all’idea di ‘hardware’ di proprietà potrebbe rinunciare ai servizi, e ai relativi vantaggi, ma pagare di più il ‘motore’ che decide di acquistare. Abbiamo visto, e la storia insegna, che non sempre viene lasciato questo margine ampio di scelta. Anzi, proprio l’evoluzione degli ultimi anni ci ha mostrato che i servizi vengono offerti e promossi proprio come strumento di risparmio per i consumatori, salvo poi, una volta apprezzati, essere fatti pagati praticamente come prima.

Ci sono alcuni esempi nel loro piccolo scandalosi, ma vogliamo ugualmente citarli, perquanto semplici.

I libri digitali sono stati sdoganati come un’ottima occasione per risparmiare risorse ambientali, non avere da trasportare pesi. Gli editori hanno risparmiato rotative, carta e distribuzione, hanno guadagnato la profilazione degli utenti, numeri accuratissimi sulla periodicità di acquisto personale. Poi è rimasto solo il loro risparmio e oramai gli ebook sono fatti pagare in tantissimi casi poco meno dei corrispettivi titoli di carta, e l’utente nella pratica non può nemmeno più prestarli. Lo stesso modello è stato sapientemente adottato dalle banche. A loro è rimasto il risparmio di infrastrutture e personale. Gli utenti sono tornati a pagare tutto come prima, singole operazioni comprese.

Tutto da vedere quindi se e come l’analisi dei dati e l’offerta dei servizi saranno utilizzati per migliorare appliance e servizi stessi, quanto cioè di questa manna ricadrà sugli utenti. Se la competizione sarà a vantaggio di chi offre miglioramenti reali e maggior soddisfazione, al giusto prezzo, e quanto gli utenti saranno disposti a spendere in relazione alla bontà del percepito sul servizio. Non è detto che il gioco sporco paghi sempre.

 

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