Google si piega alla censura cinese

Nel 1998 inizia la sua esperienza nel mondo IT in Mondadori e partecipa alla nascita di Web Marketing Tools di cui coordina la redazione. Redattore esperto di software per PC Magazine, e caporedattore di ComputerIdea, segue da circa 20 anni l'evoluzione del mondo hardware, software e dei servizi IT in un confronto continuo con le aziende leader del settore

Google starebbe lavorando dal 2017 a un filtro basato su Android per poter tornare in Cina con il suo motore di ricerca. Troppo ghiotto il mercato della Repubblica Popolare per rinunciarvi, meglio piegarsi alla censura

L’addio di Google alla Cina non può più durare. Il mercato cinese è troppo importante per consentire a Google di crescere, da qui la decisione ‘pragmatica’ di Big G di piegarsi ad accettare una presenza ‘filtrata’, piuttosto che un’assenza infruttuosa, con il vantaggio di ritrovarsi aperto un mercato da 750 milioni di utenti, ovviamente  se il progetto sarà accettato dal Governo di Pechino. Quale progetto?

Google sarebbe pronta a tornare in Cina addomesticando i risultati che fornirà il suo suo motore, quindi senza voci scomode su democrazia, diritti umani e religione.
Il lavoro sul filtro sarebbe iniziato all’inizio dello scorso anno, sfrutta un’app Android in grado di oscurare tutte le voci non gradite al Governo che avrebbe dettato una sua lista nera.

Il filtro sarebbe pervasivo: non si censura solo la parola, ma ovviamente anche i contenuti multimediali (foto, musica e video), mentre ricordiamo che in Cina sono a tutt’oggi vietate applicazioni come Facebook, Instagram, Snapchat, WordPress.com, Flickr, WhatsApp, Telegram, Skype funziona (ma non è presente negli app store), Youtube…

Le indiscrezioni al riguardo rimbalzano di sito in sito, tra i primi a riportarle il Financial Times, che ha ripreso i contenuti di The Intercept e non deve stupire se al momento dalla Cina arrivano solo smentite. In ogni caso non si tratterebbe di un’apertura possibile nel corso di quest’anno solare.

Si parla del 2019, ma non bisogna dimenticare che il dialogo tra Google e Cina sostanzialmente non si è mai interrotto, al di là delle prese di posizione. Per esempio in Cina è stata protagonista del Future of Go Summit 2017 AlphaGo, sviluppato da DeepMind (di Google).

Sundar Pichai, Ceo di Google

Certo siamo lontanissimi dalle prese di posizione nel 2010 da parte di Sergey Brin, e poco o nulla è cambiato in Cina dove anzi dal 2013 da un lato le maglie della censura non si sono allentate, ma si è anche innalzato il livello dell’attenzione riguardo alle possibilità offerte dalle tecnologie come AI e Deep Learning per l’economia della Repubblica Popolare, a patto che siano del tutto controllate dal Partito.

Il primo passo di apertura non è stato certo fatto dal governo cinese, ma è di Sundar Pichai nel 2016.
Ed è pure vero che, rinunciare completamente ad essere presenti in un mercato, preclude la possibilità di lavorare al “cambiamento” di quel mercato. Per questo pensiamo che – in questa fase – ad avere bisogno che ci sia Google in Cina, non è certo la Cina ma Google. Non è per nulla detto che l’autocensura di Google al suo motore sia sufficiente per ottenere il nulla obstat del Partito.

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