Banking summit 2013, la tecnologia al servizio dell’attenzione al territorio

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Banking Summit 2013

SLIDESHOW La crisi bancaria (e come uscirne) al centro del dibattito a Banking Summit 2013. La tecnologia è al servizio degli istituti di credito per riportare l’attenzione sul territorio, su famiglie e imprese. In evidenza alcune criticità

Banking Summit 2013, organizzato da The Innovation Group, arriva alla terza edizione e mai come quest’anno rappresenta un appuntamento ‘urgente’, proprio considerata la situazione del Paese. Oggi le problematiche del settore bancario riguardano la componente dei ricavi in sofferenza, quella dei costi che scende ma non quanto dovrebbe, i risultati ottenuti a commissione più che sugli interessi. E’ in crisi la capacità delle banche di dare credito, che nella qualità è deteriorato e diventa un peso per il sistema. Certo è oggettivo il problema delle risorse, ma il sistema bancario soffre sia di mancanza di ‘vision’, sia per endogene resistenze al cambiamento.

Gregorio De Felice è Chief Economist di Intesa Sanpaolo, spetta a lui chiarire meglio lo scenario, e così esordisce: “E’ inimmaginabile che risultati e profittabilità bancaria possano essere disgiunti dal contesto macroeconomico europeo e italiano”. L’Europa è uscita dalla recessione, ma questa recessione è stata lunga. Se gli indicatori danno segnali positivi soprattutto per Francia e Germania, non bisogna dimenticare che l’eurozona ha scelto una strada nettamente diversa da Usa e Giappone per uscire dalla crisi.

Gregorio De Felice, Intesa San Paolo
Gregorio De Felice, Chief Economist Intesa San Paolo, nel suo intervento a Banking Summit 2013

Non è ottimista De Felice e puntualizza: “Si tratta di una ripresa fragile, soggetta a ricadute e basata sostanzialmente su una crescita delle esportazioni, perché gli stipendi non aumentano e tantomeno i consumi”. Mentre gli Stati Uniti hanno potuto sostituire il debito privato con il debito pubblico (i problemi arriveranno più in là per loro) e hanno tempo per gli aggiustamenti, la politica fiscale europea risulta bloccata e la crisi del debito si è trasferita sul mondo bancario.

La Banca Centrale Europea ha tenuto i tassi di interesse molto bassi e ha iniettato moltissima liquidità, ma pur con la crescita della raccolta di aggregati monetari, il credito è rimasto di pessima qualità. E quindi De Felice prosegue: “La liquidità aggiunta ha avuto l’effetto del metadone. Si pensi che negli Usa la Federal Reserve ha immesso 85 miliardi di dollari al mese, i tassi si sono alzati e quelli europei hanno fatto seguito, e questo vuol dire che in Europa importeremo il cambiamento di politica monetaria che prima o poi la Fed metterà in atto, ma senza avere la stessa crescita americana”.

Gli Usa cresceranno del 3 percento e in Europa si crescerà solo dell’1,1, ma si avranno comunque tassi più alti. Non buono. Pessimo, anzi, se si pensa che l’Italia è lontana da questo 1,1 percento (farà forse +0,5 percento) e in pratica non crescerà, piuttosto rallenterà significativamente una discesa che in questi anni è stata velocissima, ma lo farà con le esportazioni che sono appena il 20 percento del PIL. Troppo poco per innestare un ciclo virtuoso, con la disoccupazione giovanile al 40 percento, e un indice generale di disoccupazione al 13 percento.

Secondo De Felicedare credito a un’economia che decresce è oggettivamente un grande problema”. In pochi anni il livello delle sofferenze, se si parla di qualità del credito, è passato da 40 a 140 miliardi, pari al 7 percento degli impieghi bancari. Si arriva addritittura al 14 percento in un panorama in cui si voglia tenere conto anche dei crediti dubbi (partite incagliate, esposizioni scadute, etc.). Per un totale di circa 250 miliardi di euro.

Carlo Salvatori
Carlo Salvatori, presidente di Lazard Italia, a Banking Summit 2013

Certo deve cambiare la capacità di fare banca: fino ad ora i grandi gruppi hanno agito sull’efficienza, riducendo i costi, il numero degli sportelli, ma Carlo Salvatori, ora presidente di Lazard Italia, ma ex presidente di Unicredito e Unipol, sottolinea giustamente l’importanza di alcune ricette tradizionali pericolosamente abbandonate: “La globalizzazione ha cambiato le regole del gioco, sono cambiati i clienti, sono arrivate importanti (per fortuna) trasformazioni tecnologiche, ma le banche soffrono comunque così tanto la crisi per la finanziarizzazione dell’economia, e hanno iniziato a soffrire quando il baricentro si è spostato dall’attivita di sostegno dell’economia reale alla finanziarizzazione. Le banche hanno fatto soldi spostando il bilancio da utili di economia reale alle  attivita finanziarie, sulla scia delle politiche Bush per cui il sistema si sarebbe autoregolato. Poi invece si è rotto”… E la coda del gigante in caduta ha trascinato giù anche le stelle in campo blu dell’Europa.

Salvatori condanna lo spostamento di attenzione bancaria dalle famiglie alla finanziarizzazione, sottolineando come le banche siano ancora molto lontane dall’economia reale. Per questo la ricetta deve necessariamente fare riferimento a un “ritorno all’antico, ri-portando il processo decisionale verso le imprese, verso le aree territoriali”. Non è un caso – secondo Salvatori – se “oggi soffrono di più i grandi gruppi, piuttosto che gli istituti più piccoli, più radicati al territorio [con le note eccezioni, Ndr]”. Non è un caso perché le imprese, continuano a stare sul territorio, a cercare la vicinanza dei direttori di filiali cui si dovrebbe lasciare più potere decisionale, proprio al fine di accorciare i tempi delle delibere di credito che in relazione agli istituti centrali tocca anche tempi di un paio di mesi… Troppi.

 

Banking Summit 2013, le incoerenze del sistema

La tecnologia aiuta, ma non deve essere solo una voce per risparmiare sui costi. Le risorse umane e il territorio devono tornare al centro per dare un orizzonte positivo e riconquistare qualità nel credito. Le schizofrenie degli istituti

Se le guide degli istituti finanziari maggiori come Castelli Ceo di IngDirect  e Gianfilippo Pandolfini, Vice Direttore Generale e Coo BNL-BNP Paribas, concordano sulla necessità di un ri-allacciamento al territorio, tanto da voler sottolineare come la tecnologia da sola non sia risolutiva nel rapporto cliente-istituto, al dibattito di Banking Summit 2013 restano insolute alcune problematiche molto reali.

Da un lato si riconosce che l’innovazione tecnologica mobile, via computer, con le app, abbia risolto in gran parte il problema delle operazioni spicce (Castelli parla del 95 percento delle operazioni svolte in digitale, altri relatori di operazioni di sportello nell’ordine al massimo della ventina per filiale). E si riconosce che l’innovazione tecnologica abbia contribuito all’abbattimento dei costi distributivi e di conseguenza al risparmio dei costi di filiale, ma dall’altro lato non si riconosce che questo risparmio bancario non si è riverberato sull’utente che, spinto a usare la tecnologia, si è ritrovato poi in tanti casi a pagarla nel conto, e allo stesso tempo ha perso anche il vantaggio del rapporto ‘face to face’ con l’impiegato di fiducia per quelli che dovrebbero essere i servizi di consulenza.

Lo stesso face to face di cui Salvatori sottolineava l’importanza e su cui in realtà si allineano un po’ tutti, riportando in voga il vecchio adagio del ‘rapporto cliente-banca… che necessità di tempo e calma’. Pandolfini, a proposito di risorse umane, sottolinea in più la necessità per la banca di “sapersi ascoltare”, operazione che implica come “il responsabile di area dovrebbe dedicare il proprio tempo ascoltando le problematiche/richieste dei dipendenti più brillanti, che sanno individuare le procedure migliorabili perché le usano effettivamente e ne vedono le criticità”.
Si intenda, ottimi spunti, cui certamente seguono sforzi sinceri.

Poi però gli istituti rimappano le filiali sul territorio, spostano responsabili di filiali e dipendenti, in nome dell’ottimizzazione delle risorse, e dimenticano proprio gli utenti e le aziende che, anche a distanza di pochi mesi, non trovano più i propri referenti. Le banche in troppi casi hanno intravisto nelle tecnologie ‘anti-coda allo sportello’ non solo ottimi servizi, ma molto di più leve di risparmio dei costi, assecondando certamente anche le esigenze legittime degli utenti.

Però a fronte di un’innovazione tecnologica, efficace, in continua evoluzione e sempre più pervasiva proprio nelle direzioni suggerite dagli utenti, questi strumenti esaltati dal marketing sembra abbiano portato alla rinuncia da parte delle banche di una visione globale dei problemi nei rapporti con i clienti, dando quasi l’impressione che più il cliente se la cava da solo (cosa desiderata, certamente) più l’istituto risparmia, più si possono tagliare i costi. E finisca tutto qui. Perché mentre gli istituti si sforzano di estendere i servizi di consulenza anche negli orari più comodi ai lavoratori (pomeriggi, sabato mattina), non supportano poi in realtà con veri investimenti, proprio sulle risorse umane, questi sforzi e così si trovano in filiale impiegati sfibrati, in grado di poter completare solo determinati task.

In questo senso tecnologie, estensioni di orari, servizi, finiscono con l’apparire splendide operazioni (anche di facciata) per mascherare in realtà esclusivamente un risparmio di costi e del risparmio di costi è il cliente a farne le spese. Insomma, le banche potrebbero uscire dalla crisi, in verità, semplicemente tornando a fare le banche, aiutate dalle tecnologie, ma con progetti in cui il foglio excel con i profitti non è il fine immediato, ma la semplice conseguenza di servizi in cui il rapporto tra cliente e operatore torna ad essere centrale. Probabilmente ne guadagnerebbe molto di più anche la qualità del credito. Certo, una strada molto più faticosa, ma l’aggancio con l’economia reale di famiglie e imprese inizia proprio da qui.

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