Cosa cambia in TIM, Elliott in maggioranza nel CDA

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Al fondo Elliott la maggioranza del CdA di TIM, stizzite le reazioni di Vivendi. Lunedì è attesa la riunione del consiglio per la nomina del presidente e l’attribuzione delle deleghe operative

Venerdì 5 maggio alle 11 del mattino si è tenuta una “storica” seduta per l’assemblea dei soci di TIM. Vivendi ed Elliott hanno misurato le loro forze nello scontro finale, dopo un estenuante braccio di ferro finale iniziato mesi prima con Vivendi a detenere quasi il 24 percento del capitale e Elliott, il fondo attivista, ad esprimere la scontentezza degli investitori istituzionali con il 9,1 percento.
Che l’assemblea sarebbe stata una di quelle che contano lo dicono i numeri, con la percentuale di investitori presenti a rappresentare il 67 percento del capitale complessivo.

All’ordine del giorno, come è noto c’era l’elezione del nuovo CDA che da lunedì 7 maggio rivoluzionato, riassegnerà le deleghe; quello che invece sembrava non essere mai in dubbio era la conferma per Amos Genish (ricandidato da Vivendi ma comunque apprezzato da Elliott) a capo dell’azienda, e così è stato, per quanto solo nel consiglio di lunedì saranno svelate le sue intenzioni.

Amos Genish, Amministratore e Direttore Generale di Telecom Italia

Ecco cosa è cambiato. La lista di consiglieri proposta da Elliott è  stata quella che ha raccolto maggior fiducia, al punto che ha consentito all’hedge fund di vedere assegnati ai suoi candidati dieci poltrone, solo cinque quindi i rappresentanti di Vivendi (per statuto le poltrone del Cda di TIM sono 15). Elliott ha raggiunto questo risultato forte di quasi il 50 percento dei voti, con Vivendi che si è fermata al 47,18.

I commenti di Vivendi e di Elliott lasciano intuire cosa cambierà in TIM. Prima di tutto la seduta ha dimostrato la lealtà dei cosiddetti fondi “passivi” che effettivamente hanno appoggiato il ribaltone.

Il fronte anti-Vivendi era sostenuto inoltre dalla Cassa Depositi e Prestiti (meno del 5percento di capitale), determinata a supportare il miglioramento della governance come richiesto dagli azionisti, e a favore di Elliott perché indipendente e buon conoscitore del nostro sistema. A favore di Vivendi si sono schierati i fondi francesi tra cui Bdl Rempart Europe (circa 1 percento di capitale). Gli investitori “esteri” come Vanguard e State Street si sono schierati tutti contro Vivendi.

In pratica sono state assecondate le richieste degli investitori – e soprattutto degli investitori più piccoli – di un’azienda più dinamica, che non ci sta all’idea di accettare un governo societario “sotto gli standard”,  idea meglio rappresentata da Elliott.

A chiosare il risultato in senso positivo è poi arrivato anche il commento del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che ha auspicato la rapida trasformazione di Telecom nella direzione di una vera Public Company, e quindi sulla separazione della rete. Il voto, che ha chiuso un periodo di incertezza, ha determinato anche l’immediato rialzo a piazza Affari dal segno meno che aveva caratterizzato l’apertura della giornata.

Poco importa la reazione seccata dei francesi, stupiti che si sia preferito il governo proposto da un fondo americano a quello proposto da un partner di lungo corso. Eppure la storia ci ha già insegnato come non esistano nazionalità e partner più vicini, solo perché geograficamente meno distanti, ma esistono partner nuovi o di lungo corso che si possono dimostrare più o meno affidabili anche solo perché più dinamici.

Per lunedì ci si aspetta l’assegnazione delle deleghe in blocco ad Amos Genish, che nella mattinata potrà confermare o meno il suo incarico come amministratore delegato, e l’espressione del nuovo presidente. L’attuale candidato in pectore sembra essere Fulvio Conti figura stimata in grado di assecondare il progetto di Telecom come vera public company sul modello delle public company inglesi.

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