SUSE indaga l’approccio SDS delle nostre aziende

In Italia il 97 percento degli intervistati è interessato al Software Defined Storage. Lo dice una ricerca SUSE realizzata in collaborazione con LoudHouse

Si chiama Software Defined Storage Research la prima edizione della ricerca realizzata da SUSE in collaborazione con LoudHouse (una delle divisioni di Octopus Group) e fa emergere un quadro a tinte vivaci per quanto riguarda l’approccio e l’atteggiamento delle aziende al tema. LoudHouse ha intervistato oltre 1200 responsabili IT, di realtà di diversi settori, in 11 Paesi.

Si tratta di realtà con oltre 250 dipendenti, e nel 56 percento dei casi di imprese con oltre mille dipendenti. La ricerca prima di tutto evidenzia un trend chiaro: le aziende comprendono come sistemi storage tradizionali non siano più adatti nell’era della digital transformation.

E’ così per l’85 percento delle realtà che legge nella flessibilità di approccio l’atteggiamento indispensabile per fronteggiare i problemi della trasformazione digitale. E che il mercato dello storage virtuale sia maturo lo documentano anche i dati Gartner che prevede per il 2019 che il 30 percento della capacità globale di array storage installati nei data center aziendali verrà distribuita in modalità SDS o architetture iperconvergenti su piattaforma x86.

Alle buone intenzioni, in verità, non corrisponde uno stato di trasformazione in linea con le aspettative. Infatti solo il 6 percento delle aziende intervistate ha adottato soluzioni Software Defined Storage, con il 97 percento degli intervistati che si dimostra però molto interessato e il 93 percento delle aziende interpellate che ha già iniziato a pensare a una revisione della propria dotazione. 

Gianni Sambiasi, country manager SUSE Italia
Gianni Sambiasi, country manager SUSE Italia

Bene inquadrate dal campione anche le problematiche, per cui lo storage tradizionale non sarebbe adeguato. Per esempio per l’88 percento degli intervistati il costo è un problema, la mancanza di scalabilità per il 75 percento, e per la stessa percentuale anche il livello prestazionale.

Al contrario i vantaggi di un approccio SDS sarebbero per il 51 percento del campione l’aumento delle performance, per il 43 percento le facilitazioni nell’implementazione di soluzioni in ambito big data, modern web e mobile. 

Gianni Sambiasi, country manager SUSE Italia, così commenta i risultati dell’indagine: “Lo storage in questo momento sta vivendo una profonda fase di trasformazione in cui l’approccio tradizionale non riesce a stare al passo con l’evoluzione digitale. Per fortuna c’è una costante innovazione proveniente dalla comunità open source che potrà, con l’approccio Software Defined, aiutare le aziende a fronteggiare la sfida della digital transformation. I risultati di questa indagine sono incontrovertibili, le aziende hanno bisogno di un approccio flessibile adeguato alla crescente produzione di dati, con costi sostenibili.”

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