Le biblioteche digitali del futuro? Fra cent’anni pesa l’incognita dell’oblio

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Dai casi Facebook con Cambridge Analytica, al Gdpr…Cosa resterà della memoria digitale attuale nel futuro? Ecco qualche riflessione

Dagli ecclesiastici agli algoritmi, come nuovi custodi della memoria e delle biblioteche digitali. Nel Medioevo erano gli ecclesiastici i custodi della memoria oggi sono i moderni algoritmi a dettare legge. Già, la memoria, i dati, i big data ma soprattutto le informazioni che sono tratte dai big data. E’ questo il tesoro ‘moderno’ che vale più di quanto si possa quantificare e sono le informazioni le ‘pietre dello scandalo’ attorno alle quali si stanno facendo sempre più chiare le dinamiche strategiche delle società e gli scandali che fanno tremare i piani alti di aziende oggi importanti come Facebook, Twitter, ecc…Già perché ‘l’affare’ Cambridge Analityca e le conseguenze che ne ha prodotto stanno lasciando continuamente strascichi, anche se la stessa Cambridge ha chiuso i battenti qualche giorno fa, ma al cospetto di questa situazione non ci si deve dimenticare l’imminente applicazione del regolamento Gdpr che, in un certo senso, andrà a mettere i bastoni fra le ruote a un certo tipo di comportamento, troppo leggero, nei confronti del trattamento del dato e quindi dell’utilizzo delle informazioni che ne conseguono.

Facebook mobile

Ma in tutto questo ragionamento, il punto focale può essere ricercato nella memoria. Cosa resterà fra cent’anni di quello che oggi stiamo archiviando via algoritmo? Il punto è stato trattato con dovizia di particolari da Internazionale che ha ripreso un articolo di Neue Zurcher Zeitung. La preoccupazione forte è la possibilità di non perdere la memoria dei dati e quindi l’informazione, a seconda che si stia parlando di supporti analogici o digitali. L’articolo in questione riporta una ‘verità’ molto pesante: “Gli archeologi possono leggere il passato nelle discariche della storia e riesumare proprio quegli strati che le culture precedenti non consideravano degni di essere conservati. Nell’era digitale invece, i dati e a volte intere identità possono essere cancellati con un semplice clic, se non c’è una copia di riserva. E non è da escludere che, diffondendo virus informatici, gli hacker possano annientare intere testimonianze della nostra epoca. Il collettivo anonymous ha lanciato il grido di battaglia: “Noi siamo legione. Noi non dimentichiamo. Noi non perdoniamo”. Ironia della storia, è proprio la generazione ossessionata dalla memoria, e che fa del non dimenticare un’ideologia, a far temere l’oblio collettivo”.

Le biblioteche sono luoghi dove si affrontano le questioni fondamentali della nostra società. Tra queste c’è la questione dell’eredità culturale, e dei modi in cui va preservata e inserita nel canone del sapere. “Includere i tweet diffamatori del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel patrimonio digitale della biblioteca del congresso insieme ad altri milioni di commenti carichi d’odio significa nobilitarli e quindi legittimarli socialmente? O indipendentemente dalla loro qualità e dal loro tono, sono testimonianze dello straordinario consolidamento del messaggio politico sintetizzato in 140 caratteri?”.

Quel che è certo, riporta Internazionale, sono le considerazioni riportare dall’informatico Clifford Lynch che ne ha evidenziato le difficoltà, nell’era digitale, della documentazione. “Da un lato ci sono i “testimoni robot” o le “popolazioni sintetiche”, come gli eserciti di bot. Dall’altro i sistemi di algoritmi strutturati in una moltitudine di sottosistemi, dai consigli automatici negli acquisti online fino alla polizia predittiva. Sistemi centrali, le cui operazioni di calcolo non sono documentate da nessuna parte. Gli algoritmi sono scatole nere.  Ma come potremo far capire i fluidi algoritmi, le leggi della nostra epoca, alle prossime venti o trenta generazioni?”.

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