Spoldi (BCloud), lo storage tradizionale “è morto”

Nel 1998 inizia la sua esperienza nel mondo IT in Mondadori e partecipa alla nascita di Web Marketing Tools di cui coordina la redazione. Redattore esperto di software per PC Magazine, e caporedattore di ComputerIdea, segue da circa 20 anni l'evoluzione del mondo hardware, software e dei servizi IT in un confronto continuo con le aziende leader del settore

VIDEO – La trasformazione infrastrutturale in ottica Software Defined secondo la prospettiva BCloud espressa da Marco Spoldi, SDS Business Unit Director

Internet Of Things pone nuove sfide a chi deve gestire la parte architetturale per quanto riguarda la gestione delle informazioni in cloud ed è questo anche l’ambito di azione di BCloud, nata nel 2011, per aiutare system integrator e service provider ad abbracciare le tecnologie software defined.

La crescita delle informazioni in uno scenario IoT è più che esponenziale, le stime parlano di oltre 14 Zettabyte di dati in circolazione nel 2020. BCloud legge la trasformazione in atto in correlazione con le tecnologie che l’hanno resa possibile. Tutto ciò che riguarda i dati aziendali deve oggi essere gestito in modo automatizzato dal software.

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BCloud presidia questo comparto per fornire le proprie piattaforme ai clienti e ai service provider di livello nazionale e regionale allo stesso tempo affiancando i System Integrator nello sviluppo di nuove soluzioni di business. Per quanto riguarda la Business Unit SDS lo fa per esempio con Backup & Active Archive, Openstack Cloud Computing Platform, Cloud to Cloud Backup, Remote Office File Sharing & Backup e Private Cloud Storage

Marco Spoldi, Software Defined Storage Business Unit Director dell’azienda, da noi intervistato in occasione di IoThings 2018, pone prima di tutto l’accento sull’evoluzione cui abbiamo assistito in ambito Software Defined Network (SDN), ma l’ambito più vicino alla proposta BCloud sotto la sua responsabilità è ovviamente quello Software Defined Storage (SDS), la possibilità di gestire la risorsa storage via software in modo trasparente per sfruttare un’infrastruttura di alto livello ad alte prestazioni con costi sensibilmente ridotti.

Molto meglio possiamo proprio parlare dello spostamento da un codice caricato su ben specifiche unità controller che utilizzano dischi per memorizzare dati, ad un software che utilizza e “definisce” come storage qualsiasi tipo di hardware disponibile. Con tre obiettivi chiave: riduzione del prezzo, innalzamento delle prestazioni, migliore affidabilità

Per Spoldi lo storage tradizionale, infatti, oggi “è morto”, addirittura ha mostrato le sue debolezze già circa cinque anni fa ma sarà nei prossimi cinque anni che vedremo declinate sul campo le potenzialità SDS. In video domande e risposte.