Ibm, il punto sul cloud per il 2016

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Con Maurizio Ragusa, Direttore Cloud e Stefano Rebattoni, General Manager Global Technology Services di Ibm Italia facciamo il punto sullo stato del cloud per Ibm, che si appoggia ai propri Cloud Advisor per traghettare le aziende in un passaggio quasi obbligato. Verso il cloud ibrido

All’interno dello scenario più ampio dell’evento Ibm BusinessConnect 2016, che vede la tematica del cognitive computing e di Watson dibattuta tra professori e umanoidi, incontriamo due manager di Ibm Italia che hanno il polso del mercato italiano e che calano la strategia mondiale di Ibm a livello locale, declinando rispettivamente l’offerta di cloud e di servizi  infrastrutturali:  Maurizio Ragusa, Direttore Cloud da poco (ma dal 1981 in Ibm) e Stefano Rebattoni, General Manager Global Technology Services di Ibm Italia dallo scorso gennaio (in Ibm dal 2001). Due esperienze che  seguono business complementari e che guardano al 2016 come un anno importante sia per la svolta cloud da parte delle aziende, sia per l’erogazione dei servizi infrastrutturali e tecnologici, avvalendosi di figure di advisor che scandagliano e analizzano il mercato.

Maurizio Ragusa, Director Cloud di Ibm Italia
Maurizio Ragusa, Director Cloud di Ibm Italia

Partendo dal cloud, sono circa 500 i clienti ospitati nel data center di Milano, clienti di ogni tipo. Il concetto di nazionalismo fa a pugni con il cloud – esordisce Ragusa –  per cui anche in Italia abbiamo clienti da tutto il mondo che, per richiesta di flessibilità e di latenza, hanno scelto le capability del data center milanese”.  49 sono i data center a livello mondiale, di cui 5 in Europa, che rispondono alla strategia di coprire l’intero globo con una distribuzione omogenea, tutti con connettività a 40 Gbit/sec costruiti attorno all’offerta Softlayer, “un paradigma che codifica ogni cosa”.  Oggi lavoriamo secondo un unico modello – incalza Rebattoni. –  Due anni fa  si gestivano i servizi onpremise presso i clienti e i servizi presso i nostri data center: oggi abbiamo un unico modello e, coerentemente con la logica dell’hybrid cloud, crediamo che il valore stia nella condivisione più che nella proprietà, anche se le aziende devono trovare un bilanciamento tra applicazioni legacy e applicazioni in cloud, guardando ai tempi migliori per il time to market”

Secondo Ragusa, iI 2016 segnerà per Ibm un passaggio particolarmente importante, con una crescita di 4 volte in ambito cloud rispetto a quanto registrato nel 2015. “In 35 anni di IBM non ho mai gestito un’onda d’urto così importante e forte, che arriva dalle richieste del cliente per il cloud.  E’ cambiata soprattutto la qualità delle richieste, che non riguarda più la potenza di calcolo, la magnitudo offerta  – scherza Ragusa paragonando l’avvento del cloud a un terremoto – ma l’efficientamento delle risorse e la flessibilità che la nostra offerta può garantire. Oggi si parla solo di business, perché il cloud è un abilitatore e deve dare risposte alle esigenze delle aziende per tempi medio lunghi, guardando almeno ai prossimi tre anni”.

Stefano Rebattoni
Stefano Rebattoni, General Manager Global Technology Services di Ibm Italia

Cambiano in questo modo i termini della trattativa con il cliente che “deve dichiarare cosa immagina di voler fare”. La flessibilità del servizio erogato è data per scontata: “La sfida del cliente è capitalizzare le proprie basi dati, su un modello che trae valore dagli asset sia in cloud sia onpremise – precisa Ragusa -.  Offriamo capacità virtuale che il cliente gestisce da un’unica console e che può integrare e fare in modo che soddisfi esigenze mutevoli di business”.

L’alleanza con Vmware, racchiusa in 600 pagine di script,  permette di garantire ai clienti scalabilità, portabilità e sicurezza “con maggior vantaggio competitivo” con un modello di pagamento che prevede il pagamento delle virtual machine, ma con il costo della connettività già incluso e fisso. Se il business supportato crescerà, di conseguenza crescerà in modo proporzionale anche il costo delle virtual machine acquistate. “In questo modo si rafforza anche la proposizione del nostro cloud ibrido, con servizi professionali messi in campo affinché il cliente possa avere una chiara roadmap cloud profittevole” sottolinea Ragusa.

“Il percorso, la roadmap, sulla quale l’offerta cloud si sta muovendo è molto chiara: il cloud è pervasivo – afferma Rebattoni -. Il cloud ibrido è la nuova norma, anche in ambienti come quello bancario caratterizzati prevalentemente dal legacy. Stiamo lavorando in molti progetti volti a trasformare i propri ambienti tradizionali in ibridi, ma anche  su nuovi clienti non ancora a portafoglio che vogliono gestire il loro business in ottica end to end. Il legacy è ancora molto forte, ma abbiamo strumenti e competenze che ci permettono di suggerire alle aziende quali sono gli ambienti applicativi e i carichi più adatti a migrare in cloud e su quale cloud. Si tratta di una soluzione Gravitant, ora nel nostro portfolio di offerta, che disaccoppia i carichi cloud dalle componenti tradizionali. In quest’ottica, oggi operiamo come un service integrator, capace anche di integrare le tecnologie di competitor già presenti presso il cliente”.

I passi dei Cloud Advisor

La strategia di approccio al cliente prevede un percorso impostato dai Cloud Advisor di Ibm che lavorano per step.

Il primo passo è fare una valutazione del  patrimonio del cliente, dando contemporaneamente trasparenza sui servizi professionali offerti e su cosa si potrà realizzare. “Il cloud è semplice ma non banale, i clienti hanno spesso dei server di cui non possono o vogliono fare a meno” precisa Ragusa.

Il secondo step è valutare i mondi applicativi che costringono il cliente a pagare vecchi lock-in. “Ibm ha una cinquantina di tecnologie migrate, tutte cloud compliance, e sviluppiamo in modo cloud compliant eliminando il lock-in imposti da vecchie applicazioni – continua – . Un percorso non facile, per questo le aziende si devono fare accompagnare da un advisor seguendo una logica devops e multispeed, in grado di modificare la velocità dei progetti in funzione del business”.

Il terzo passo è, definita la roadmap, provare a dare risposte al cliente su due grandi aree: il mondo dei big data e il mondo del cognitive computing.  “Essendo le basi dati dei clienti sempre più ricche, grazie ai fenomeni social e mobile, le aziende necessitano di applicativi per maneggiare i dati, limitando i costi di reporting. La sfida dei big data è catturare informazioni utili per nuovi modelli di business”. L’acquisizione di Netezza del 2010 nasceva proprio dall’esigenza di gestire grandi moli di dati da analizzare. Così come il mondo del cognitive computing va di pari passo con i big data,  perché il cliente deve ragionare sulla convergenza di business e innovazione. “Oggi la business intelligence deve catturate le informazioni, fare analisi predittiva” precisa Ragusa. Tre anni fa, il cognitive computing legato a Watson ha permesso di lavorare su protocolli terapeutici condivisi negli ospedali: ad esempio partendo dalle basi dati di 15 ospedali di New York,  valutando soltanto il primo sintomo il sistema era in grado di dare risposta terapeutica valida al 70%, percentuale che saliva al 90% valutando il secondo sintomo, fino a precisione ancora maggiore incrociando basi dati e protocolli terapeutici dell’intera comunità scientifica. Altre applicazioni sono state definite nel mondo bancario, dove si lavora sulla conoscenza incrementale dei clienti per anticiparne i gusti e le richieste in modo predittivo, o nel mondo assicurativo. Importante è per l’apporto dei Cio e dei manager a capo delle linee di business. Il Cio ha oggi un ruolo di leadership partecipativa, è un catalizzatore di innovazione – precisa Rebattoni -. In Italia paghiamo un po’ il retaggio culturale perché oggi non sono molti i Cio cui è riconosciuta la leadership nel loro ruolo. Questo avviene più facilmente nel mondo delle start up, mentre nelle aziende più strutturate, che devono rivedere dei processi, questo è più difficile. Bisognerebbe guardare attraverso le lenti degli startupper e sperimentare con piccoli prototipi fino a elevarli a livello di business”.

In Italia, Ibm ha 15 Cloud Advisor interni che, con competenze da architetti applicativi, fanno analisi sui workload dei clienti. Sta specializzando inoltre diverse figure sul cognitive computing, con competenze mirate per industry, svolgendo workshop di 3-4 settimane sul tema, “per creare un collegamento, un ponte tra il mondo digitale e il mondo cognitive – precisa Ragusa -. Il video sarà la risorsa che farà fare un salto quantico al cognitive, perché il traffico di rete legato al mondo dei video sarà totalizzante fra qualche anno, per non parlare dei mondi legati alla videosorveglianza o all’e-learning. Ibm fa fatto nello scorso anno importanti investimenti per gestire i dati in streaming e, in questo campo, si stanno definendo nuovi livelli di servizio e nuove piattaforme di archiviazione”.  Tra gli ambiti che avranno forte sviluppo anche l’Automotive,un settore che ha fatto notevoli passi di trasformazione, basti vedere quanta IT è orami integrata in una macchina, con un contributo fondamentale portato dai casi di Tesla o di Uber, che sono stati digital disruptive. “Anche Fiat sta lavorando alla sua prima macchina driverless – precisa Rebattoni -. Non è importante capire come quando queste tecnologie si diffonderanno ma come, in che modo”. In questi sviluppi, la logica di ibm è quella di operare come service integrator: il dialogo tra hardware e sofware richiede un’integrazione intelligente dei servizi, che devono essere coerenti con una logica di cloud ibrido, garantendo la sicurezza che rimane nodo fondamentale per condividere infrastrutture e dati.

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