HPE Synergy, l’IT fluida ha il suo debutto ufficiale

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La composable infrastructure di HPE Synergy sta per arrivare sul mercato, portando un approccio in cui l’hardware è quasi astratto rispetto alla gestione software di applicazioni e workload

Circa un anno fa HPE – che allora era ancora HP – cominciava a spiegare al suo pubblico che cosa intendesse per composable infrastructure, l’approccio per cui le risorse di elaborazione, storage e connettività sono davvero granulari e gestite in modo quasi indifferenziato. Era ed è ancora l’approccio dell’IT “liquida”, in cui la complessità nella gestione delle risorse non viene nascosta da un sovrapporsi di strati software ma quasi del tutto eliminata, adottando un punto di vista in cui l’hardware e la sua allocazione sono in funzione del carico di lavoro o dell’applicazione da eseguire e non viceversa.

All’evento Discovery 2015 di Las Vegas si iniziò a parlare di Project Sinergy, dopo circa diciotto mesi di tempo e ingenti investimenti nelle attività di ricerca e sviluppo quel progetto sta per debuttare concretamente sul mercato con HPE Synergy, la nuova piattaforma “componibile” che per HPE rappresenta una evoluzione drastica rispetto ai sistemi convergenti prima e iperconvergenti poi. Se questi hanno effettivamente portato vantaggi ai loro utenti non hanno però cambiato la filosofia di fondo dell’IT sottostante. Alcune complessità sono state eliminate, altre sono state semplicemente nascoste.

Il salto concettuale di HPE Synergy sta nella “atomicità” dei componenti, dall’elaborazione allo storage. Sono risorse fluide che possono essere allocate in maniera precisa per il singolo carico di lavoro e indifferentemente dalla natura di quest’ultimo: software tradizionale, macchine virtuali, container. Questo accade per le risorse di elaborazione, di storage (indifferentemente a blocchi o a oggetti) e di connettività, dando a ciascun workload la banda necessaria.

Stefano Venturi, AD di HPE Italia
Stefano Venturi, AD di HPE Italia

L’approccio di Synergy per HPE è molto diverso da quello dei sistemi hyperconverged. Qui c’è comunque una distinzione tra tipi di risorse e l’utilizzo di hypervisor e altri elementi software serve per nasconderlo e rendere il più possibile granulare la loro gestione. In Synergy il software non serve a domare la complessità dell’hardware ma è l’elemento portante della piattaforma, è lì dove si trova la sua intelligenza. L’hardware è neutro, stateless, e ciascuna risorsa non ha nemmeno un firmware tradizionale che la renda diversa e distinta dalle altre.

Anche per questa “astrazione” HPE Synergy non si presenta all’esterno attraverso le API dei dispositivi hardware che la supportano. Non è più necessario e Synergy ha solo la “sua” API unificata attraverso cui dialogare con altre piattaforme di gestione come quelle di VMware, Chef, OpenStack, Docker e diverse altre, grazie a un esteso programma di partnership. Ciò permette quello che HPE definisce “infrastruttura come codice”: basta una riga di codice per attivare configurazioni hardware a supporto di un workload, un’operazione che di norma richiederebbe personale esperto e molto più tempo di lavoro.

Il frane HPE Synergy 12000
Il frane HPE Synergy 12000

L’hardware ovviamente c’è ed è fondamentale. L’unità base è il frame HPE Synergy 12000, che ospita le ricorse di computing, storage e fabric. È un sistema 10U per il montaggio in rack, espandibile con altri frame che diventano insieme un unico frame logico. La gestione di tutto è demandata all’accoppiata tra il software di OneView 3 e l’hardware del modulo Synergy Composer, che da un lato riconosce automaticamente e tiene traccia delle risorse hardware integrate nel frame, dall’altro le configura con un approccio a modelli. Ogni applicazione o workload ha cioè un profilo che indica i componenti hardware che le devono essere allocati e come devono essere configurati.

Più nello specifico dell’hardware, HPE Synergy si basa su componenti storage e di computing. I primi sono i moduli HPE Synergy D3940, che integrano sino a 40 unità di storage (dischi o SSD). Un frame può ospitare sino a cinque moduli storage per un massimo di 768 terabyte. La parte di computing è affidata a quattro tipi di moduli. HPE Synergy 480 Gen9 è un modulo a due socket per processori Xeon E5 ed è adatto a vari carichi di lavoro, il modulo 660 Gen9 è un suo fratello maggiore per applicazioni più data-intensive, le versioni 620/680 Gen9 sono da 2 e 4 socket con processori E7.

Peter Ulrik Groth, Director Portfolio & Experience HPE Synergy & HPE BladeSystem
Peter Ulrik Groth, Director Portfolio & Experience HPE Synergy & HPE BladeSystem

Ma mai come in questo caso secondo HPE la tecnologia, per quanto innovativa, va vista nel suo ruolo di fattore abilitante. Stefano Venturi, Amministratore Delegato di HPE Italia, ricorda la sfida che Meg Whitman ha definito della “idea economy”, l’economia delle idee: poche persone con idee giuste oggi possono scalzare dal mercato anche grandi aziende puntando proprio sulla tecnologia IT come elemento di differenziazione, grazie alla disponibilità di risorse virtualmente illimitate e a basso costo del cloud. HPE Synergy replica questa forma di IT liquida all’interno dei datacenter delle imprese, portando la stessa semplicità e costi anche minori.

Tutto questo per affrontare “una rivoluzione digitale veramente disruptive“, spiega Venturi, in cui i Big Data sono la risorsa prima di una nuova rivoluzione industriale, da sfruttare interpretandoli per capire come agire. Chi saprà farlo prima avrà un vantaggio netto rispetto alla concorrenza. Synergy nasce per questo grazie anche alla sempre maggiore focalizzazione di HPE e alle sue attività di ricerca, perché – sottolinea Venturi – “Ogni volta che c’è una accelerazione vince chi è focalizzato, chi si adatta al cambiamento. O addirittura riesce ad anticiparlo“.

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