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Passa anche dagli Ups l’efficienza energetica di un data center

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In un convegno, Chloride ha affrontato le tematiche organizzative e tecniche che le aziende devono affrontare per ottenere un risparmio di costi dai consumi legati a computer e dispositivi storage.

Chi si trova oggi a gestire un data center è chiamato a garantirne funzionalità e affidabilità non più solamente in termini di progettazione e manutenzione, ma anche dal punto di vista dell’efficienza energetica. Da sempre interpretata soprattutto come centro di costo, l’It è stata messa sotto pressione, soprattutto negli ultimi tempi, per produrre un risparmio che, particolarmente nelle strutture più complesse, può derivare anche dal contenimento degli oneri derivanti dalle bollette elettriche.

Si è discusso anche di questo tema nel corso di un recente convegno organizzato da Chloride, specialista nella produzione di gruppi di continuità (Ups). Marco Pandini, responsabile di Ubi Sistemi e Servizi, gruppo Ubi Banca, ha portato la testimonianza di chi opera nel mondo finanziario, dove la pressione sul taglio dei costi deve equlibrarsi con il ruolo comunque centrale che il data center ha per la corretta funzionalità dell’intero business: “La presenza di piattaforme eterogenee nello stesso ambiente impone di abbandonare il concetto di spazio nella predisposizione delle sale tecnologiche, a vantaggio della densità di potenza”, ha spiegato il manager. In sostanza, oggi occorre avere una visione olistica dello spazio destinato alle macchine, individuando le zone a densità maggiore e prevedendo accorgimenti come la netta separazione fra l’aria calda espulsa dai dispositivi hardware e quella fredda fornita dai sistemi di cooling.

Se all’It manager spetta il compito di ottimizzare lo spazio occupato e integrare soluzioni di virtualizzazione anche allo scopo di ridurre i consumi energetici, tocca al responsabile della facility pensare agli aspetti più legati all’ambiente, magari evitando la ridondanza degli impianti di raffreddamento e pensando alle soluzioni liquid cooling, che presto dovrebbero essere comunque previste direttamente sui chip.

Pandini ha rilevato come l’indice oggi utilizzato per valutare l’utilizzo di potenza elettrica sia il Pue (Power usage effectiveness), nel quale si fa un rapporto fra l’energia sviluppata dall’It e quella di altra derivazione. Molte aziende sono collocate su un valore compreso fra 2,1 e 2,6, mentre quello ideale sarebbe di 1,5 (il target reale è Google, già arrivata a 1,19). “Per ridurre il Pue, si può agire sui sistemi di raffreddamento o spingere sulla virtualizzazione – ha puntualizzato Pandini – ma conta anche l’impiego corretto degli Ups”.

Negli ambienti finanziari, in particolare, la necessità di garantire la continuità operativa fa importante leva sui gruppi di continuità e sui sistemi di accumulo dell’energia. La manutenzione preventiva è una chiave per guadagnare efficienza, attraverso un’adeguata pianificazione, un sistema di supervisione e un presidio tecnico specialistico.

In questo contesto, si inseriscono proposte come quella di Chloride, che ha di recente introdotto sul mercato la gamma di Ups Trinergy Class 1, scalabili fino a 9,6 Mw. Questi sistemi fanno leva su una modalità operativa che fa da ponte fra le due oggi maggiormente diffuse. Quella a massimo risparmio di energia, infatti, fa scorrere direttamente l’energia, ma può provocare interruzioni, mentre quella a massimo controllo di energia inserisce rettificatori e inverter, ma può causare dispersioni di energia. I Trinergy di Chloride, disponibili in moduli da 200 kVa, offrono una modalità ad alta efficienza e condizionamento della potenza, che compensa il Thdi del carico, il fattore di potenza, così come sovra e sottotensioni: “Si può arrivare a risparmi annui nell’ordine delle decine di migliaia di euro sul consumo di kWh”, ha sottolineato Alessandro Nalbone, Csc Engineer di Chloride Italia.