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Il router imposto dai gestori, un malcostume italiano. Appello all’AGCOM

Nel 1998 inizia la sua esperienza nel mondo IT in Mondadori e partecipa alla nascita di Web Marketing Tools di cui coordina la redazione. Redattore esperto di software per PC Magazine, e caporedattore di ComputerIdea, segue da circa 20 anni l'evoluzione del mondo hardware, software e dei servizi IT in un confronto continuo con le aziende leader del settore

Il malcostume italiano di imporre con la connettività anche il proprio modem/router limita il mercato e non rappresenta un beneficio per i clienti. L’appello Aires e Vtke all’AGCOM

E’ un costume tutto nostrano delle nostre Telco e Provider quello che oramai ha preso piede e sta rovinando il mercato dei modem/router e cioè imporre il proprio modem/router, lo scatolotto, in qualche modo limitando o rendendo estremamente complicato l’utilizzo della connessione se si preferisce un altro dispositivo.

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Con il passaggio dalla normale connettività ADSL alla proposta in fibra – anche solo FTTC i provider tendono a imporre il proprio modem/router, rendendo con diversi sistemi più difficile (quando non impossibile ed estenuante) l’utilizzo di un modem/router di terze parti. Da qui l’appello all’AGCOM

Le telco infatti vedono il proprio dispositivo come l’ultimo anello di una catena tutta di “proprietà” del gestore. Lo forniscono in comodato incluso nell’offerta o con un canone ad hoc mensile e ai clienti ovviamente spiegano che in questo modo, e con il controllo uniforme su tutti i modem/router da remoto, sarà più facile anche il ripristino dei malfunzionamenti.

In verità l’atteggiamento è molto simile a quello di chi vorrebbe imporvi anche il lampadario perché vi sta portando la corrente elettrica, e proprio da questa forte “sollecitazione” arriva l’appello congiunto Aires-Vtke a favore del router libero. La pratica attuale infatti è invece contraria alla normativa vigente in tutta Europa ed è già stata ampiamente recepita in Germania. Le norme dicono chiaramente che il consumatore è libero di scegliere liberamente il proprio router.

La scelta non è un capriccio del legislatore, ma nasce da un’ampia serie di esigenze, che vanno dalla libertà dell’utente alla tutela della sicurezza dei dati, dalla possibilità di rispondere al meglio alle diverse necessità di prestazioni alla possibilità di cambiare gestore facilmente.

Infografica - Perché il router deve essere libero
Infografica – Perché il router deve essere libero (per rendere leggibile l’infografica fare clic)

Nella nostra esperienza personale possiamo semplicemente sottolineare che in qualche modo, proprio l’imposizione da parte del gestore di uno specifico modello si è rivelata nel tempo una criticità per la piena fruizione del servizio: perché spesso la scelta del modello è dettata da una gara al risparmio con tutte le conseguenze limitanti del caso e perché tante funzionalità importanti non sono disponibili.

La possibilità di fruire di una connessione FTTC e non della semplice ADSL ovviamente sta rappresentando un momento di passaggio tale per cui il consumatore si trova più vulnerabile. Non è vero infatti che proprio perché la connettività è “in fibra” allora sia necessaria un’apparecchiatura ad hoc del provider. Gli standard sono condivisi, codificati, sono i gestori che celano in parte i parametri per la configurazione degli apparati di terzi, per esempio per quanto riguarda le funzionalità di telefonia tramite IP. Per non parlare dei vincoli sugli apparati imposti proprio per sfavorire il passaggio a un altro gestore.

L’appello  di Aires e Vtke che raccogliamo e riportiamo ricorda nel dettaglio i tanti motivi per cui il router imposto è dannoso.
1. Grave limitazione alla libertà dell’utente.
2. Impedisce di utilizzare tutta la potenzialità della rete
3. Aumenta la difficoltà a cambiare gestore – Non si può utilizzare al cambio del provider.
4. Può rappresentare una breccia per la sicurezza – Considerata la configurazione seriale.
5. Mancato rispetto della privacy – Il gestore mantiene il pieno controllo sull’apparecchio e può controllare quanti e quali siano gli apparecchi di casa connessi, che traffico fanno, e con che modalità, per una migliore profilazione. 

Aires e Vtke ritengono che AGCOM, nell’ambito della propria attività di regolatore, operando a favore della tutela dei cittadini e dei loro diritti digitali, debba sancire che il router non è un nodo della rete pubblica ma debba essere considerato piuttosto il primo apparato della rete locale, e quindi sotto il controllo dell’utente. Come peraltro sia la logica che la collocazione evidente all’interno delle mura domestiche suggeriscono. In pratica, va sancito il confinamento della rete pubblica (sulla quale ha senso che il gestore abbia il pieno controllo) fino alla borchia di rete fibra-rame e non all’apparato; il router è e deve restare il cuore della rete locale sulla quale l’utente non può che avere il pieno ed esclusivo controllo.