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La trasformazione digitale trasforma anche le persone

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Le aziende si stanno trasformando verso un approccio più digitale, i lavoratori ancora un po’ arrancano ma la tendenza è quella di andare verso un’accelerazione. Come? Occhio ai millenials e ai nativi digitali come motore di spinta

Il digitale sta arrivando a una velocità superiore del previsto. Segno di questo andamento è attribuibile ai segmenti emergenti come il cloud, il mobile, i social, l’Iot. E ancora: è lo scenario di un paese dove le imprese si muovono con maggiore intensità, ma lo stanno facendo a macchia di leopardo: oggi le tecnologie digitali sono facili da recuperare ma sono anche poco usate: serve vincere il conservatorismo dovuto a limitazioni di budget e alla mancanza di cultura generazionale che non aiutano a capire i vantaggi.

Sebbene già nel 2015 si erano evidenziati segnali di inversione di tendenza con un aumento dell’1%, il mercato digitale, nel suo complesso, aveva avuto una spinta da quasi tutti i comparti, tranne per i servizi di rete delle telecomunicazioni che avevano segnato un – 2,4%, mentre una spinta positiva è arrivata dai servizi Ict, +1,5%, software e soluzioni Ict +4,7%, dispositivi e sistemi, +0,6%, contenuti digitali e digital advertising a +8,6%. In tutti i grandi cambiamenti, la pianificazione è fondamentale per avere successo. Esistono strategie che si possono adottare per potenziare il team durante una trasformazione digitale, assicurare un passaggio effettivo e un ambiente di lavoro felice sia per gli impiegati sia per il management.

Rompere con le vecchie routine. Sono molte le aziende che hanno investito in modo massiccio in software di CRM e collaborazione e che oggi non riescono a sfruttarlo perché gli impiegati preferiscono utilizzare le suite già a disposizione. Se i dipendenti non sono predisposti al cambiamento tutti gli investimenti andranno in fumo. Le parole d’ordine oggi sono flessibilità, indipendenza e cambiamento. Per costruire una “cultura del cambiamento” è necessario: investire in corsi di formazione per le nuove competenze; coinvolgere chi si occupa delle risorse umane; coinvolgere di più gli impiegati nelle decisioni.

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Utilizzare nuovi strumenti per migliorare il flusso di lavoro. Con il proliferare dei fornitori nella vendita dei sistemi di gestione e di suite di collaborazione, le aziende si trovano facilmente con un sovraccarico di tecnologia. Le possibilità sono dietro l’angolo, ma questo non significa che un tool porti necessariamente efficienza e risultati. Per questo motivo, un processo di individuazione forte mette sempre le persone in primo piano.

Adeguare la tecnologia alle esigenze degli impiegati. Le idee sul cambiamento tecnologico di chi si occupa della gestione possono essere diverse rispetto a quelle dei dipendenti. Alla fine sono gli utenti finali a determinare se una nuova tecnologia ha un impatto positivo o negativo. Quindi è necessario trovare quello che serve agli utenti finali per lavorare con più efficienza ed efficacia. Quali sono le soluzioni IT utilizzate dai millenials? Quali sono le problematiche da affrontare per chi si occupa di marketing e vendite? Le intuizioni degli utenti finali riflettono spesso i risultati strategici di un’azienda. Secondo il Censis il fenomeno dei nuovi player della ripresa italiana sono i millennials, alle prese con economia digitale, new media, startup. La caratteristica dei millenials è l’imprenditorialità: infatti hanno aperto un terzo di tutte le imprese.

Sono i millennials under 35 i protagonisti delle startup e della sharing economy. Il fenomeno millenials in cifre. Quasi 32 mila nuove imprese create nel secondo trimestre del 2015 sono state fondate da un under 35. Significa che i giovani hanno aperto più di 300 imprese al giorno, registrando un incremento del 3,6% rispetto al trimestre precedente rispetto al +0,6% del sistema d’impresa complessivo. Giovane è anche il 54% del saldo tra imprese nate e cessate nel periodo.

Perfino al Sud i giovani hanno creato il 40,6% delle imprese nel trimestre, con un tasso di crescita del 3,5% rispetto al trimestre precedente. Gli Under 35 non sono affatto choosy, ma si adattano a tutto: 2,3 milioni di millennials svolgono un lavoro di livello inferiore alla propria qualifica (sono il 46,7% di quelli che lavorano, rispetto al 21,3% dei Baby Boomers di 35-64 anni). Un milione di millennials ha cambiato almeno due lavori nell’arco dei 12 mesi, 1,2 milioni hanno lavorato in nero negli ultimi dodici mesi, 1,8 milioni si sono accontentati di lavoretti, 1,7 milioni hanno accettato contratti di durata inferiore a un mese, 4,4 milioni hanno seguito stage non retribuiti. 3,8 milioni di millennials lavorano oltre l’orario formale (il 17,1% in più rispetto ai Baby Boomers): 1,1 milioni senza straordinari (il 4% in più rispetto alla fascia di 35-64 anni) e 1,7 milioni con una copertura economica solo saltuaria. 1,1 milioni di millennials lavorano di notte e quasi 3 milioni durante il weekend. 1,8 milioni lavorano a distanza, da casa o lontano dal posto di lavoro; 1,9 milioni sono pendolari e 2,5 milioni lavorano in mobilità. I millenials sono digitali: il 94% naviga in Rete (contro il 70,9% degli italiani), l’87,3% è iscritto almeno a un social network (contro il 60,2% medio), l’84,7% utilizza lo smartphone sempre connesso in rete (contro il 52,8% medio). Fa e-commerce il 61,4% dei millennials (circa 6,8 milioni di persone), contro il 27,9% dei Baby Boomers. I millennials preferiscono la sharing economy, l’economia della condivisione. Quasi 500.000 giovani partecipano a iniziative di crowdfunding. Il 31,7% compra l’usato (contro il 14,7% dei Baby Boomers), il 21,9% va in bici (solo il 10,3% dei 35-64enni) e l’8,4% (il 4,1% dei 35-64enni) usa il car sharing e il bike sharing. E il 2,5% dei millennials si affida al couchsurfing, cioè mette a disposizione un posto letto nella propria abitazione. Per i millennials, il futuro è roseo: lo pensa il 42,1% contro un dato medio del 20,9%, mentre il 59,1% degli italiani è pessimista e giudica il passato del nostro Paese meglio di oggi.

Le persone prima degli strumenti. Quando un manager rafforza i suoi dipendenti attraverso la formazione, la comunicazione e la scelta, il grosso della strategia di trasformazione, ovvero l’adozione, è stato fatto. Le principali sfide della trasformazione digitale non sono cambiate dagli anni 80. Le aziende continuano a lottare con la gestione del cambiamento all’interno dell’organizzazione, senza pensare invece all’efficacia degli strumenti in questione. Cambiando la cultura d’impresa il problema scomparirà. Ma gli impiegati sanno i motivi dell’adozione di una nuova piattaforma? Migliora davvero il loro flusso di lavoro? Come sarà la loro curva di apprendimento? Adottando strategie people-first, tecnologie appropriate e politiche focalizzate sui processi e gli obiettivi, la vostra azienda può gestire il rischio con efficacia e favorire l’impegno dei dipendenti. L’importante è mettere il capitale umano prima della tecnologia. “Il mondo del lavoro non è più lo stesso” lo sentiamo dire sempre più spesso. A nessuno passano inosservati i casi di manager che lasciano le aziende (pubbliche e private) peggio di come le hanno trovate (indebitate), assicurandosi buone uscite scandalose, mentre quelle stesse aziende hanno licenziato migliaia di persone per inefficienze e sprechi di ogni tipo. Se la Digital Disruption è in mano a una regìa sbagliata serve a poco, invece dovrebbe cancellare proprio questi sprechi, ed è allo stesso tempo fattore importante per ripensare il modo di lavorare. Sono molte di più le professioni che verranno cancellate, di quelle diversamente specializzate che saranno richieste.