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Il datacenter del futuro è componibile

4.1

L’infrastruttura componibile si adatta alle esigenze applicative grazie alle potenzialità di un approccio software defined

Mentre di cloud computing si parla da circa dieci anni e di virtualizzazione ancora da molti di più, l’idea di ‘infrastruttura componibile’, così cara anche ad HPE è un concetto relativamente recente. E di sicuro giovane, ancora in formazione. L’infrastruttura componibile è quella in cui un insieme di risorse di calcolo, storage, networking si compongono in una piattaforma fluida, con la capacità di essere rimodellata in ogni momento per soddisfare le esigenze applicative.

Questa fluidità, la componibilità e ricomponibilità delle risorse che si hanno a disposizione, è garantita e innescata dalla software defined intelligence, e da API unificate che vengono utilizzate di volta in volta per erogare le prestazioni migliori richieste da ogni comparto.

L’immagine che HPE propone è molto semplice. Dietro al semplice slogan “L’infrastruttura come codice” c’è tutto un mondo di tecnologie che permettono di distribuire rapidamente le risorse IT per qualsiasi carico di lavoro, gestendo tutto tramite software. E’ così che quello che prima sarebbe stato possibile in settimane, ora si può realizzare in ore, senza bloccarsi in modo definitivo su un modello.

Il percorso è a buon punto: software defined storage, network, e ora software defined data center. Tutta la vostra infrastruttura può essere definita dal software, gestita da un’unica API, in grado di abilitarvi a sfruttare le risorse on-premise, come a richiederne all’occasione in cloud.
Ecco, il futuro della componibilità sta estendendo l’adattabilità, la velocità del cloud, la flessibilità e l’efficienza delle infrastrutture componibili ovunque nel datacenter, e potenzialmente porterà questi vantaggi su ogni tipologia di risorsa, a seconda dell’approccio infrastrutturale che avete scelto.

Parliamo quindi delle soluzioni iperconvergenti e degli ambienti cloud ibridi. Nel primo caso perché la componibilità abilitata dall’intelligenza software è essa stessa parte integrante delle potenzialità di un sistema iperconvergente. Nel secondo caso, in cloud, perché un cloud ibrido effettivamente funzionale deve permettere una trasparenza di gestione lungo un continuum dalle risorse on-premise fino a quelle sulla nuvola, nel datacenter privato, o con risorse di cloud pubblico che si vogliano. Entriamo nel dettaglio.

 Le soluzioni iperconvergenti sono “componibili”?
Abbiamo parlato di soluzioni iperconvergenti. Secondo gli analisti il mercato dei sistemi iperconvergenti nel 2016 è cresciuto del 79 percento, varrà cinque miliardi nel 2019. Il vantaggio che offrono è proprio legato alla flessibilità e alla velocità di deployment che esse permettono, ben superiori rispetto a un’infrastruttura tradizionale.

Si potrebbe pensare che, per costituzione, proprio questa tipologia di proposta NON sia in verità “componibile”. Invece non è così. E’ proprio il contrario.

Un sistema HPE Hyper Converged 380
Un sistema HPE Hyper Converged 380

Per esempio un modo, forse il più virtuoso, per sfruttare la tecnologia componibile sulle soluzioni iperconvergenti è attraverso la “multi-tenancy”. Le aree di lavoro multi-tenant permettono ai responsabili IT di comporre e ricomporre le risorse delle soluzioni iperconvergenti in modo semplice e in pochi minuti. Muore l’approccio a silos  separati tra server, storage, networking in diverse unità, e invece le barriere tra calcolo, dati e rete si sciolgono formando un pool di risorse utilizzabili da qualsiasi gruppo. Si accede a questo nucleo di risorse, rimodellabili, tramite portali self-service e API programmabili. Un esempio di questa realizzazione è possibile tramite HPE Hyper Converged 380.

 Il cloud ibrido e le tecnologie componibili

L’abbiamo definito tante volte, non farà male ripeterlo: il cloud ibrido è l’ambiente che utilizza un mix tra risorse on-premises, di cloud privato e servizi cloud pubblici di terze parti con il “sacro vincolo” di consentire una buona orchestrazione tra le piattaforme.
E’ questa la condizione sine qua non per consentire al castello di stare in piedi. HPE in questo ambito mette a disposizione HPE Helion CloudSystem.

Il pool di risorse hardware/software consente di anticipare le interruzioni che bloccano il business si tratta infatti di una proposta completa per il cloud privato e ibrido che si integra negli ambienti già esistenti e permette di gestire più hypervisor e provider Iaas. Con un ecosistema IT ibrido unificato così composto fornisce servizi di hosting, automazione e orchestrazione dei carichi di lavoro tradizionali come nativi in cloud.

Un’interessante Survey pubblicata sul sito Rightscale racconta sostanzialmente un paio di cose.

La ricerca RightScale sull'adozione del cloud
La ricerca RightScale sull’adozione del cloud

Prima di tutto la crescita dell’adozione di ambienti cloud ibridi nel 2016 di circa il 71 percento, rispetto al 58 percento del 2015 e a seguire la ricerca da parte degli amministratori IT di agilità ed efficienza nei loro ambienti cloud ibridi, proprio attraverso le potenzialità delle tecnologie componibili. In questo ambito, è vero, si è ancora in cammino. Ma oramai non c’è più da aspettare a lungo. Gli ambienti cloud ibridi di prossima generazione offriranno componibilità totale e permetteranno di utilizzare applicazioni tradizionali e native cloud.

Mettendo insieme elementi componibili e cloud ibrido si potranno eseguire applicazioni vuote, virtuali, in container, in cloud su un’unica infrastruttura, visualizzata come tale anche se ovviamente dal punto di vista del ferro non necessariamente omogenea, ma sempre componibili e ricomponibile dal punto di vista delle risorse che potrà mettere a disposizione, proprio per rendere più facile il passaggio dei propri workload dall’IT tradizionale all’ibrido, con un data center efficiente come prima non sarebbe stato possibile.