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Le due velocità delle imprese italiane

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Dalle interviste del Centro Studi Unioncamere e dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne a gli imprenditori del nostro Paese emerge un panorama in cui alle aziende ancora fiduciose nello sviluppo del mercato si contrappone un sempre più ampio numero di realtà che faticano a procedere

Un sistema produttivo a doppia velocità che vede da un lato rafforzarsi il nucleo di imprese che, nonostante la congiuntura internazionale, guarda ancora con fiducia allo sviluppo del proprio mercato. Mentre dall’altro lato vede un sempre più ampio insieme di aziende che non riesce a riposizionarsi e a reagire alle spinte concorrenziali e che quindi si trova oggi in crescenti difficoltà. Questo è il panorama tracciato dal Centro Studi Unioncamere e dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne a fronte dalle dichiarazioni degli imprenditori raccolte nel primo quadrimestre 2008 e relative alle performance di mercato registrate nel 2007.

Nel complesso, risulta pressoché stabile il numero delle aziende italiane con almeno un dipendente che nel 2007 ha registrato incrementi di fatturato (poco più di 400mila, pari al 28,4% del totale), mentre sono diventate quasi 310mila (circa il 22%, 4 punti in più in confronto all’anno precedente) quelle che hanno dichiarato una flessione delle vendite. Il saldo fra incrementi e diminuzioni è dunque pari ancora al 6,5% del totale dell’economia italiana, ma è ben distante dall’11,6% registrato nel 2006.

Molte aree del Nord Ovest e del Nord Est mostrano una certa tenuta, con saldi fra andamenti positivi e negativi del giro d’affari che si attestano su valori ancora elevati (tra il 10% e il 12%), a fronte di maggiori difficoltà rilevate nelle regioni dell’Italia centrale. Stentano invece a riprendere quota le aziende del Mezzogiorno: con un saldo leggermente negativo, vedono allargarsi il divario che le separa dal resto del Paese.

La selezione del tessuto imprenditoriale continua a colpire soprattutto le piccole e piccolissime imprese, per le quali, indipendentemente dal settore di attività, il saldo tra aumenti e diminuzioni del fatturato risulterebbe pari ad appena due punti percentuali circa. Al contrario, sembra tenere la fascia di imprese dell’industria e dei servizi di medie e grandi dimensioni, confermando il suo ruolo di traino per il nostro apparato produttivo.

Il 2007 è stato segnato da un ulteriore incremento delle iscrizioni al Registro delle Imprese (arrivate a superare le 436.000 unità, circa 13.000 in più rispetto al 2006), a conferma di una ancora forte inclinazione al “fare impresa” nel nostro Paese. A questi segnali di vitalità si contrappone, tuttavia, un nuovo record delle cessazioni, con oltre 390.000 aziende fuoriuscite dal mercato. Più in dettaglio, il numero delle cessazioni è progressivamente cresciuto negli ultimi anni fino a raggiungere nel 2007 il valore più elevato dal 1993; in termini relativi, la loro crescita rispetto all’anno precedente è stata superiore all’11%.

L’imprenditoria femminile si conferma un fenomeno in espansione. Alla fine del 2007 erano oltre 1,2 milioni, grazie a una vitalità nettamente superiore (praticamente doppia) rispetto a quella media nazionale.
Anche nel 2007 si è avuta conferma dell‘eccezionale vitalità dell’imprenditoria immigrata: sono state 37.531 le imprese individuali aperte da persone nate al di fuori dei confini dell’Unione Europea. Rispetto all’anno precedente, il totale delle imprese individuali gestite da titolari immigrati da Paesi non appartenenti all’UE è così aumentato di 16.654 unità, raggiungendo quota 225.408, l’8% in più rispetto al dato di fine 2006. Il ruolo degli immigrati nell’economia del nostro Paese è confermato dall’apporto dato alla creazione di valore aggiunto.