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La tracciabilità alimentare segna il passo in Italia

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Sporadici e disomogenei, i casi in cui vengono impiegati tecniche e processi di relazione e controllo spesso sono ancora allo stadio di progetti pilota. Lo afferma il Primo Rapporto sulla Tracciabilità Alimentare in Italia

Se nel nostro Paese la normativa comunitaria del 2002 in materia di tracciabilità alimentare risulta essere ampliamente applicata, manca un vero impegno verso quella che dal Primo Rapporto sulla Tracciabilità Alimentare in Italia è stata definita “tracciabilità evoluta”, ovvero un insieme di tecniche e processi di relazione e controllo lasciati dal legislatore al libero arbitrio dei singoli operatori.

Ancora poco applicata in Italia, la tracciabilità evoluta è composta da una vasta gamma di metodologie che puntano al monitoraggio di svariati processi di produzione, al controllo delle tecniche di miscelazione e trattamento delle materie prime, alla tutela della zona di provenienza e della qualità all’identificazione dettagliata dei lotti.

I casi di applicazione concreta della tracciabilità evoluta sono al momento sporadici e non fanno sistema – ha commentato Paolo Conti presidente di Cedites, che ha curato l’indagine in collaborazione con Aton – Molti di tali casi ristagnano ancora nella fase di progetto pilota con eccezione delle filiere della carne bovina, dove invece si va consolidando, grazie a una normativa più rigida e ad alcuni progetti particolarmente ambiziosi come per esempio l’anagrafe bovina. E questo nonostante a livello generale tutti gli stakeholder avvertano la tracciabilità alimentare, anche nella sua interpretazione meno ambiziosa, come elemento a valore”.

I sistemi di tracciabilità evoluti sono stati per lo più adottati dalla grande distribuzione, mentre alla categoria dei resistenti appartengono principalmente i piccoli commercianti e i trasportatori.
In nome del Made in Italy, diverse aziende produttrici italiane hanno adottato sistemi di tracciabilità evoluta. Si tratta soprattutto di marchi di tutela giuridica come Doc, Dop e Igp, tuttavia non viene declinata come processo di filiera. Anche molte grandi aziende alimentari italiane controllano scrupolosamente ciò che i produttori di materie prime forniscono loro e gestiscono i processi interni con strumenti informatici sofisticati. Ma lo fanno soprattutto sui processi interni.

Le Pmi appaiono invece poco propense all’acquisizione di un minimo di infrastruttura informatica per un sistema di tracciabilità evoluta, in quanto, a fronte di costi non trascurabili, non intravvedono ritorni di investimento a breve termine.

Dal canto suo, la Gdo, sul modello di quella statunitense e dei più importanti Paesi europei, è impegnata nell’adozione di un sistema di tracciabilità avanzato sia dal punto di vista organizzativo sia tecnologico.

La massima espressione italiana di questo impegno è la Piattaforma condivisa per la tracciabilità dei prodotti alimentari dell’associazione Indicod Ecr, che riunisce produttori e distributori. Tuttavia uno sforzo così ampio non ha ancora portato a risultati concreti, almeno su vasta scala. Questo è dovuto soprattutto al fatto che nella distribuzione italiana sono presenti tanti piccoli esercizi.

Inoltre, se da un lato la Gdo spinge la tracciabilità di filiera anche per incrementare il proprio controllo sul mercato monitorando i processi dei propri fornitori, dall’altro tende a concentrare i propri forzi strategici su altri aspetti, come i prodotti a marchio.