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IT Life: Abbarchi, le sfide facili sono noiose

Direttore responsabile di Silicon, ITespresso, ChannelBiz e Ubergizmo dalla nascita, ama analizzare le dinamiche del mercato IT e le strategie dei vendor. Scrive da più di vent'anni di tecnologie, acquisizioni, hardware e software. Modera convegni e seminari. In passato ha diretto Techweekeurope, Gizmodo, Vnunet, PC Magazine e PC Dealer, iniziando il percorso professionale a Computerworld Italia dopo la laurea.

Augusto Abbarchi, a capo della parte commerciale del business MGTM (Manutenzione e Supporto) di Sap, ama le trasformazioni organizzative nel rispetto delle specificità locali e delle diverse culture. “Mentre la Corea costruiva la Samsung, noi abbiamo distrutto l’Olivetti, che aveva progettato il primo personal computer” sostiene, perché le sfide facili sono noiose, già ai tempi della sua prima start up

E’ un ingegnere meccanico laureato a Firenze, dove è nato, ma ha conseguito il master in Business Administration al Politecnico di Milano, trasferendosi definitivamente in Lombardia. Augusto Abbarchi, che ha costruito la sua carriera in Sap, ha sin dai tempi dell’università una grande passione per l’automazione della produzione (non a caso ha iniziato il suo percorso lavorativo in Fiat e ha costituito nel 1990 una propria azienda di robotica industriale che lo ha portato fino in Cina) ma anche per il software gestionale, creando agli inizi degli anni ’90 una propria azienda. In Sap ha ricoperto ogni ruolo  “dal livello più basso come venditore, passando per sales manager, direttore commerciale, amministratore delegato, task force europea, Coo Emea fino al  lavoro attuale come capo della parte commerciale della Manutenzione e Supporto (MGTM) con un team di 400 persone a livello mondiale”.

Augusto Abbarchi, Sap
Augusto Abbarchi, Sap

Ma, extra lavoro, svela il suo lato più artistco: cantante jazz con esibizioni nei locali del jazz storico milanese (dal Tangram al Capolinea), direttore di un coro Gospel, amante dei sigari Avana “che considero il mio momento di relax e meditazione quotidiana perché il fumo lento si contrappone decisamente al fumo nervoso delle sigarette e rappresenta una passione piuttosto che un vizio”. Si interessa di neuro-scienze e di scienze comportamentali (“Attualmente sto leggendo Super Brain di Deepak Chopra e Rudolph Tanzi”) ed è affascianto  dalla filosofia Buddhista “che ritengo estremamente evoluta rispetto al pensiero occidentale che si è consumato quasi tutto nello sviluppo della tecnologia, ma ha fallito nel dare spiegazioni circa la mente umana e le relazioni tra uomo e universo”. Dice di essere ottimista in maniera quasi patetica, perché vede sempre il lato buono delle cose…

1 – Qual è stato il progetto migliore della sua carriera? Quello che più lo ha appassionato, per le novità che portava, per la sfida tecnologica?
Il progetto per me più importante è stata la creazione di una piccola azienda che si occupava di robotica nel 1990. Insieme a due fratelli progettisti di grandissimo talento, decidemmo di realizzare un robot per l’industria del vetro artistico in Toscana. A dire il vero io non progettai un bel niente perché la competenza era tutta loro, ma ricordo bene come fu un’emozione incredibile, una volta montato il primo esemplare, vederlo cominciare a muoversi. Il robot andava a sostituire il lavoro di chi doveva stare a contatto con il forno di fusione del vetro e quindi eliminava un lavoro molto gravoso per la salute degli operai e questo ci faceva sentire che stavamo facendo qualcosa di buono. Quando fai qualcosa di buono il mercato ti premia sempre.
Il mio compito in azienda era quello di trovare sbocchi commerciali alla nostra iniziativa e dopo un anno, seguendo tortuosi percorsi, mi ritrovai in Cina a negoziare con il governo della provincia di Shanghai per la costruzione di un impianto automatizzato per la realizzazione di bicchieri in cristallo. La Cina in quel periodo stava cominciando a puntare sul turismo e gli alberghi avevano bisogno di bicchieri presentabili perché quelli che avevano erano fatti di un vetro che quasi non era trasparente…
Fu un’esperienza incredibile che ancora ricordo con emozione. Una negoziazione di due settimane. Noi eravamo in tre e loro erano decine e si alternavano. Non so se volessero stancarci di proposito per avere condizioni più favorevoli. Di sicuro i cinesi hanno molta pazienza e guardano lontano. Per fortuna io in questo sono un po’ cinese, mi piace pensare nel lungo periodo e convivo con l’incertezza per periodi di tempo lunghissimi senza soffrire, per cui diciamo che trovarono pane per i loro denti.

2- Quale progetto sta seguendo oggi di particolare innovazione?
Sto trasformando un’organizzazione, di fondamentale importanza per il business di SAP, che si è sempre occupata di fare un lavoro prettamente amministrativo in un’organizzazione che lavora con spirito di vendita e con particolare attenzione al valore per il cliente. Stiamo parlando di una divisione di 400 persone sparse in ogni paese. La cosa difficile è che questa organizzazione opera appunto in tutto il mondo e diventa una sfida più difficile riuscire a cambiare rispettando tutte le specificità, la storia dell’organizzazione locale, le regole diverse, le culture. Bene comunque perché le sfide facili sono noiose…
Le trasformazioni organizzative mi hanno sempre molto entusiasmato, sembra di far rivivere un organismo atrofizzato, sembra di ridare vita a qualcosa di addormentato.Paradossalmente è più facile animare un’organizzazione che deve affrontare una difficile trasformazione, rispetto a mantenere motivata un’organizzazione stabile. Ma per fortuna oggi non c’è più niente di stabile…

Augusto Abbarchi, Sap
Augusto Abbarchi, Sap

3 – Quale tecnologia utilizzava dieci anni fa?
Ho cominciato a lavorare quando non esisteva la mail e neanche il cellulare. Era bellissimo perché le riunioni avevano un senso. Si andava preparati e si prendevano decisioni perché era l’unica possibilità che si aveva per mettere insieme le persone. Oggi la tecnologia è fantastica, ma è anche pericolosa perchè incoraggia la dilazione delle decisioni e la scarsa preparazione. “Ci risentiamo su questo argomento”, “chiedo ai miei e vi faccio sapere via mail”, “non posso esserci,  ma vedo di collegarmi dall’aeroporto”, etc.
Il business ha bisogno di gente preparata e che prende decisioni rapidamente, ma ci adagiamo sul confort che la tecnologia ci dà, come se ci fosse sempre un’altra occasione.

4 – Quale tecnologia secondo lei si userà nei prossimi dieci anni?
La mobility è il futuro con il bello e il brutto che porta, occorre disciplina in come la si utilizza. Lo smartphone è già un’estensione di noi stessi e l’augmented reality sommata alla possibilità di gestire grandi moli di dati in tempo reale porta a miglioramenti impressionanti del business e della vita privata. Abbiamo lanciato in Giappone in una grande catena di Retail un’applicazione che consente di riconoscere il cliente dal suo smartphone e di fargli offerte personalizzate mentre gira fra gli scaffali del supermercato. Bello per il cliente che può approfittare di offerte uniche e bello per il retailer che fidelizza i clienti in base ai loro gusti. Inoltre ho molta curiosità circa i Google Glass o comunque gli occhiali ad Augmented Reality.

5 – Qual è il suo eroe tecnologico e qual è invece il suo personaggio negativo (se lo ha)?
L’eroe (sarà scontato) è Steve Jobs perché aveva la capacità unica di coniugare una profonda conoscenza tecnica alla abilità di guardare il prodotto da ignorante della materia. Nessun altro è stato così bravo. Ricordo una definizione di Umberto Eco che diceva che i manuali delle apparecchiature elettroniche sono scritte da Scrittori di Manuali e si rivolgono esclusivamente ad altri scrittori di manuali, è un gergo loro che noi utenti non potremo mai capire. Ecco Steve Jobs aveva la profonda conoscenza, ma riusciva a parlare all’uomo comune.
Il personaggio negativo non lo dico, ma sono dispiaciuto per quello che è stato fatto in Italia per distruggere le nostre eccellenze tecnologiche. Mentre la Corea costruiva la Samsung, noi abbiamo distrutto l’Olivetti, che aveva progettato il primo Personal Computer.
Abbiamo dei finanzieri che forse sono coraggiosi, ma sono anche focalizzati sull’aspetto finanziario mentre avremmo bisogno di imprenditori che amano il prodotto che promuovono. Pensa che Steve Jobs facesse quello che faceva pensando al profitto dopo le tasse? No, secondo me aveva un’idea in mente circa la sua missione sulla terra e la voleva realizzare, i soldi sono solo una conseguenza, non possono essere l’obiettivo.

6 – Qual è stata la sua tecnologia preferita? Quella che più ha amato?
Adoro Internet che è un grande strumento di comunicazione/conoscenza/business, è la cosa più importante che sia successa dopo l’invenzione della TV. Certo anche qui si potrebbero elencare svantaggi e pericoli che porta, ma le possibilità sono incredibili. Oggi ci si laurea stando a casa propria in qualsiasi materia e seguendo le lezioni dei migliori professori del mondo, basta volerlo. In molti casi può essere anche gratis o a buon mercato. Se non è democrazia questa. Certo se poi l’utilizzo si riduce alle chat online, allora è una tristezza, ma non è colpa dello strumento.

7 – A parte l’azienda attuale in cui lavora, quale azienda lei ammira per il lavoro che sta facendo nell’IT?
Le startup in generale. Ho profonda ammirazione per la Silicon Valley e per il clima che si respira in quella zona. La voglia di cambiare il mondo, la ricerca della nuova onda da cavalcare, lo scambio di idee e progetti. Affascinante specialmente in confronto ad alcuni esempi italiani.
Sa io vengo da Firenze dove i Fratelli Della Robbia si portarono nella tomba il segreto delle loro maioliche per non rischiare di dover condividerne il successo. Risultato: loro hanno fatto un po’ di soldi, ma l’umanità ha perso la possibilità di sviluppare o almeno conoscere una tecnica che riesce a fare opere che restano vivide nei colori dopo 600 anni. Che peccato!

8- Qual è la sfida più grande per un dipartimento IT oggi?
Sopravvivere. Essere percepito come funzionale allo sviluppo del business, passare da centro di costo a centro di sviluppo dell’innovazione. Il moderno IT deve parlare il linguaggio del business e capire il valore di ciò che la tecnologia può portare alla sua azienda. La tecnologia offre molto oggi, ma bisogna che qualcuno traduca queste opportunità in valore avendo una conoscenza che è a cavallo fra ciò che la tecnologia può fare e ciò che il business richiede, per poter diventare più competitivo. Questa è una competenza difficile da sviluppare perché è inter-funzionale.

9 – Favorevole al Cloud o contrario al Cloud?
Favorevole, ma in maniera sensata. Sono contrario alle mode e ad ogni forma di integralismo.  Il cloud porta vantaggi per i clienti ed è giusto che si vada in questa direzione, ma il cloud ha ancora dei passi di maturazione da fare. Li farà velocemente comunque.

10 -Cosa voleva fare da bambino?
Esattamente quello che faccio. Già all’età di 8 anni. Sono stato fortunato.