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Intelligenza artificiale sì ma gestita e controllata

Giornalista professionista dal 2000. Da 15 anni, Stefano si occupa di giornalismo Ict maturando competenze anche nel consumer electronics. Stefano ha iniziato la sua esperienza giornalistica nel 1996 presso la redazione economica di ItaliaOggi.

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Robot, intelligenza artificiale, posti di lavoro, sono stati al centro dell’Information Technology Forum 2017, l’appuntamento IKN Italy

Nel 1947, Alan Turing scriveva che “se una macchina deve essere infallibile, non potrà mai essere intelligente”. Un convegno che si è tenuto in America, alla Casa Bianca, nel 2016 ha messo in luce che “non esistono metodi concordati per valutare gli effetti umani e le conseguenze longitudinali dell’intelligenza artificiale nelle sue applicazioni all’interno dei vari sistemi sociali. Questo divario di conoscenze si allarga sempre di più man a mano che si diffonde l’uso dell’intelligenza artificiale, aggravando il rischio di conseguenze impreviste”. Robot, intelligenza artificiale, posti di lavoro, sostituzione della macchina all’uomo in ambiti disparati, anche in campo dermatologico, sono stati al centro della quinta edizione dell’Information Technology Forum 2017, l’appuntamento annuale firmato IKN Italy  (Institute of Knowledge & Networking), che ha registrato la presenza di oltre 400 partecipanti, 70 Relatori, 23 Sponsor e 21 Partner. Il concetto di visionario ha tenuto banco in apertura di evento, partendo da Galileo Galilei fino a Steve Jobs, e ha visto le opinioni e le ‘visioni’ prospettiche da parte di relatori del calibro di Carlo Ratti, Director of MIT Senseable City Lab e Founding partner at Carlo Ratti Associati, Amedeo Cesta, Senior Research Scientist CNR e Presidente Associazione italiana per l’intelligenza artificiale e Giorgio Metta, Vice Scientific Director dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

Da sinistra: Amedeo Cesta (CNR), Giorgio Metta (Istituto Italiano di Tecnologia), Carlo Ratti (MIT Senseable City Lab) e Alessandro Musumeci (Club dirigenti tecnologie dell'informazione)
Da sinistra: Amedeo Cesta (CNR), Giorgio Metta (Istituto Italiano di Tecnologia), Carlo Ratti (MIT Senseable City Lab) e Alessandro Musumeci (Club dirigenti tecnologie dell’informazione)

Ratti ha proprio ricordato come anche le professioni, oggi più specialistiche, come per esempio il dermatologo, potranno essere sostituiti con robot, ma, allo stesso tempo, ha sottolineato come “tra venti anni la metà delle professioni attualmente in auge potrebbero scomparire, il che sarebbe potenzialmente positivo, perché se le macchine prenderanno il nostro posto, noi potremmo interessarci a cose più interattive, si pensi che anche Uber tra venti anni non ci sarà più perchè sostituito dalle auto senza il guidatore”, dice Ratti, il quale sottolinea però anche come “se nel lungo periodo potrebbe essere che la combinazione tra intelligenza artificiale e umana potrebbe prevalere la prima, nel breve periodo nessun sistema di intelligenza artificiale può batterci. Si pensi solo alla creatività, l’intelligenza artificiale ne è sprovvista. Ma l’evoluzione è basata sul caos, sul random, e questo va appannaggio dell’uomo e della sua creatività. Non si dimentichi che molte professioni legate alla cura e alla salute degli altri sono ancora in mano al genere umano”. Il problema, come riporta la rivista Internazionale, “non è se l’intelligenza artificiale sia peggio degli attuali processi umani che usiamo per fare previsioni e classificare i dati, ma è che i sistemi di intelligenza artificiale sono sempre più integrati in istituzioni sociali fondamentali nonostante la mancanza di studi rigorosi sul loro grado di accuratezza e i loro effetti sociali ed economici”.

Ma quanto è vera l’idea che i robot ci rimpiazzeranno? Secondo Cesta, è un processo inevitabile, basti guardare all’ultimo report del World Economic Forum nel quale si dice che su 2 milioni di nuovi posti di lavoro se ne distruggeranno 7 milioni. “Bisogna eliminare le barriere alle discipline a aprire al dialogo tra chi produce strumenti tecnologici e ciò che serve realmente alla popolazione, pensando a nuovi modelli di sviluppo, perché non possiamo pensare di essere ingabbiati in modelli economici fermi all’800. Non possiamo fingere che arriveranno nuovi posti di lavoro e il nosro è un problema ambientale”, spiega Cesta, che continua “Se pensiamo al robot che in mare letteralmente ingoia e fa sparire l’immondizia in mare , parliamo di qualcosa di positivo, ma non possiamo fingere che la causa che sta dietro la produzione dell’immondizia sia imputabile all’uomo”.

La combinazione tra uomo e intelligenza artificiale fa trovare la quadra”, dice Metta. Il tema dell’umanesimo digitale, ossia la necessità di riqualificare l’essere umano alla nuova tecnologia è un tema che Daniele Pes, board member di Innovits e head of open innovation e digital transformation Altromercato, ha affrontato sottolineando al fatto che “l’intelligenza artificiale deve fare i conti con la stupidità naturale. Ciò che ci spaventa è la delega all’intelligenza artificiale, ma non la delega della decisione, quella dell’errore, La paura è che i robot prendano il controllo delle esistenze, ma ci troviamo ad affrontare cambiamenti che saranno le persone stesse a chiamare in causa i robot sentendone il bisogno. Il proliferare dei robot non ci deve spaventare perché siamo noi a controllare loro. La delega ci preoccupa ma se si pensa all’uso che viene fatto degli strumenti digitali, ci si rende conto che se ne fa un uso molto personale, delegando loro una buona fetta della nostra vita, senza in realtà sapere chi ci sia dietro a questi strumenti eppure non ce ne preoccupiamo”.

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