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Gli USA all’Europa: basta chiedere tasse alle aziende americane

Giornalista e collaboratore di TechWeekEurope, si occupa professionalmente di IT e nuove tecnologie da oltre vent'anni e ha collaborato con le principali testate italiane di settore

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Il Tesoro USA invia un suo esponente a incontrare l’Antitrust di Bruxelles e spiegare che le tasse che sta chiedendo sono, al massimo, soldi americani

Con una mossa quantomeno inusuale, le autorità statunitensi hanno inviato a Bruxelles un loro esponente per protestare contro la maggiore attenzione che la Commissione europea sta dando in questi mesi agli accordi che varie aziende statunitensi hanno raggiunto con alcuni Stati membri in merito al pagamento delle tasse sui loro introiti generati in Europa. Il Financial Times racconta infatti che Robert Stack, esponente del Tesoro USA che si occupa appunto delle norme internazionali sulla tassazione, lo scorso venerdì ha incontrato l’Antitrust europea e ha espresso la preoccupazione statunitense sul fatto che “La Commissione europea sembra prendere di mira in maniera sproporzionata le aziende americane”.

La visita a Bruxelles arriva dopo che alcune aziende dell’IT USA hanno raggiunto accordi con le autorità fiscali di nazioni europee per sanare anni di tasse non pagate (è il caso di Apple in Italia e anche di Google in Gran Bretagna), ma soprattutto dopo che la Commissione europea ha cominciato a considerare veri e propri aiuti di Stato gli accordi di tassazione “morbida” che alcuni Paesi – in primis l’Irlanda ma anche Olanda e Lussemburgo – hanno offerto alle aziende straniere che creavano sedi sul loro territorio. Non è una questione che riguarda solo l’IT, dato che tra i nomi coinvolti ci sono anche ad esempio Starbucks e McDonald’s. Il Parlamento europeo ha stimato che in generale le aziende – di qualsiasi nazionalità – riescano a evitare 50-70 miliardi di euro l’anno in tasse che andrebbero invece pagate all’interno dell’Unione.

Il Commissario Margrethe Vestager
Il Commissario Margrethe Vestager

Sempre secondo il Financial Times, Robert Stack ha dichiarato che “l’applicazione retroattiva di questi nuovi approcci mette in dubbio la correttezza di fondo dei procedimenti” e che “la Commissione europea sta cercando utili che nessuno Stato membro aveva il diritto di tassare.

Qui la questione è diversa e si fa pure molto americana. Anche negli USA, e da anni, si solleva il problema che molte grandi aziende hanno saputo sfruttare l’internazionalizzazione dei mercati e la digitalizzazione del commercio per evitare di pagare molte tasse. Non è una evasione vera e propria perché i metodi usati per non pagare non sono illegali, ma si tratta comunque di un comportamento che politici e pubblico sta apprezzando sempre di meno.

La risposta alle critiche delle aziende che hanno perseguito questa strada è di solito duplice: da un lato si sostiene di aver agito nella legalità, dall’altro si ammette che le normative fiscali così come sono non vanno bene per la nuova economia digitale, dove il “luogo” in cui si crea il guadagno si può a volte spostare ovunque. O da nessuna parte.

D’altronde le aziende USA sanno benissimo che riportare negli Stati Uniti i capitali “delocalizzati” avrebbe un effetto macroscopico sui loro risultati finanziari, decurtando gli utili per decine di punti percentuali. Difficile quindi che, con o senza l’Antitrust europea in azione, si raggiunga una soluzione del problema in tempi brevi.