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Lavoro 4.0, cosa cambia. Aspettative e prospettive

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Nell’era di Industry 4.0 e digital disruption profondi cambiamenti riguardano il mondo del lavoro, tra incertezze e opportunità. L’evoluzione tecnologica è molto più veloce della capacità di lettura (nemmeno si parla di reazione) da parte delle istituzioni

Secondo un recente studio di Gartner, i Ceo e i Senior Business Executive di aziende con fatturato superiore al miliardo (ne sono stati intervistati circa 400) si aspettano che le loro imprese siano nei prossimi anni (cinque al massimo) sostanzialmente irriconoscibili rispetto ad oggi, trasformate completamente dalla digital disruption, dall’era dell’Industry 4.0 – si chiami la rivoluzione in corso come si vuole. E’ fenomeno dirompente in tutti i comparti, ma che non cambia gli obiettivi ultimi e cioè la crescita, l’attenzione al cliente (e quindi la crescita) e quella per la forza lavoro – non certo con riflessi positivi (e quindi ancora la crescita). Che sia tutto riconducibile alla prima preoccupazione lo dicono anche le argomentazioni dei Ceo.

Dai dati emerge come la preoccupazione maggiore sia legata al miglioramento dei servizi al clienti, alla relazione con essi e ai livelli di soddisfazione. In verità, possiamo affermare che queste preoccupazioni sono le medesime di quando è arrivata Internet, e il Web Marketing sembrava avrebbe cambiato il mondo, grazie alla possibilità di rispondere in tempo reale per esempio con la posta elettronica. Invece abbiamo visto che i servizi di customer care basati su questi strumenti hanno fallito, non tanto perché il mezzo tecnologico fosse inadeguato, piuttosto perché si fosse investito troppo poco nelle persone, e sì, anche negli strumenti di analisi e nei dati in possesso delle persone di supporto. Oggi si va verso la completa dematerializzazione anche di questi servizi, in nome di una maggiore efficienza, di cui già in un primo passaggio l’utente finale non ha in verità beneficiato. Lo sanno bene le aziende quando misurano seriamente la soddisfazione dei loro clienti (non i clienti top, quelli ‘normali’), dopo avere atteso minuti, avere parlato con personale anche giustamente poco motivato, magari in un italiano stentato e non avere trovato risposta.

Lo scenario

Arriviamo subito al punto. Se la trasformazione digitale è d’obbligo, ma resta indirizzata esclusivamente a un obiettivo di crescita e l’obiettivo di crescita non è raggiunto nel modo corretto, tutto si rivelerà effimero, con benefici solo nel corto periodo, e con grandissimi rischi per la sopravvivenza della realtà produttiva e per l’occupazione. I Ceo, nel 40 percento dei casi, sembrano aspettarsi margini di profitto più elevati, ma non si può far finta di non vedere che il profitto, legittimo e auspicabile di per sé, quando cresce perché ‘e-margina‘ chi ne può beneficiare – riducendo il numero dei partecipanti alla crescita – non è funzionale nemmeno all’economia, senza volere spingersi oltre in considerazioni di carattere sociologico.

E’ giusto quindi che i Ceo si aspettino di dover guidare personalmente la trasformazione digitale, di concerto con i loro Cio (come evidenzia la ricerca), ma è anche auspicabile che i Ceo si rendano conto che è richiesto loro un orizzonte di intelligenza e prospettiva che va oltre il semplice risultato di profitto. Serve il Ceo illuminato, proprio nel senso più vicino a come si auspicava fosse il signore nel secondo ‘400. Ancora di più, serve una concertazione di sforzi, una seria collaborazione tra pubblica amministrazione, parti sociali e tessuto economico, volta a studiare una strategia per cui i benefici delle rivoluzioni industriali 4.0 possano valere a lungo termine perché spalmati sul maggior numero possibile di attori. Mentre l’attuale direzione non sembra essere questa.

Le criticità del Lavoro 4.0

“Il mondo del lavoro non è più lo stesso” lo sentiamo dire sempre più spesso. A nessuno passano inosservati i casi di manager che lasciano le aziende (pubbliche e private) peggio di come le hanno trovate (indebitate), assicurandosi buone uscite scandalose, mentre quelle stesse aziende hanno licenziato migliaia di persone per inefficienze e sprechi di ogni tipo. Se la Digital Disruption è in mano a una regìa sbagliata serve a poco, invece dovrebbe cancellare proprio questi sprechi, ed è allo stesso tempo fattore importante per ripensare il modo di lavorare. Sono molte di più le professioni che verranno cancellate, di quelle – diversamente specializzate – che saranno richieste.

Ricerca Unify
Ricerca Unify – Un futuro che richiede cambiamenti

Una ricerca commissionata da Unify, condotta su un semplice campione di 9mila dipendenti, rivela come oltre un terzo dei cosiddetti knowledge workers sia convinto che il proprio ruolo professionale sia destinato a scomparire nei prossimi cinque anni, e il 65 percento pensa che presto il lavoro che fanno non sarà più lo stesso. Non parliamo quindi di addetti all’utilizzo di macchinari facilmente sostituibili dall’informatizzazione dei processi (cosa già accaduta), parliamo di una trasformazione che è ineluttabile, ma porta a incidere su ogni categoria di lavoratori. Dividendosi tra apocalittici e integrati, mentre tutti riconoscono che il futuro non si ferma, nessuno risponde con certezza alla domanda più semplice: “A parte i data scientist, matematici e ingegneri quali altri lavori serviranno? E soprattutto… Cosa faranno le persone ‘normali’?”

Si potrà lavorare di meno, tutti, vero! Ma sarà possibile poi mantenere dignità di cittadinanza solo con una ripartizione diversa dei profitti e la politica non sembra affatto pronta ad affrontare il problema. Si lavorerà di più da ogni luogo, scomparirà il concetto di ufficio, si costituiranno gruppi virtuali distribuiti in più luoghi e in più sedi e probabilmente la creatività risulterà ancora la migliore delle risorse. Si può probabilmente partire da qui ma è uno scenario ancora tutto da disegnare e organizzare e bisognerebbe farlo ora.

Le risorse nell’era del Lavoro 4.0

Sì, si può partire proprio dal fatto che se la creatività, la flessibilità responsabile, sono risorse senza tempo, molto probabilmente anche l’accesso alle tecnologie sarà ulteriormente facilitato e illimitato. Si pensi anche solo a come negli ultimi anni sono cambiati gli strumenti per lavorare con il pc che sono diventati per tutti, as a service. Attenzione! Parliamo di accesso alle tecnologie, non necessariamente alle conoscenze. Queste rimarranno discriminanti.

Gran parte del lavoro di ricerca potrà essere svolto direttamente dagli assistenti digitali, fioriranno “Bot come funghi“, ma saranno anche molto più elevati i rischi di faticare nell’accesso a ‘tutta la conoscenza’. Molta più libertà di azione e controllo sul mondo tramite le dashboard quindi, sarà una risorsa, ma servirà anche molta più attenzione sulla disponibilità di accesso a tutte le informazioni, in questo continueranno a svolgere un ruolo fondamentale le relazioni interpersonali non mediate dalla tecnologia.

Jobrapido - cosa chiedono i lavoratori
Jobrapido – Cosa chiedono i lavoratori. Al primo posto incentivi monetari, ma anche la flessibilità necessaria casa/lavoro

Da qui l’importanza per i lavoratori dell’era 4.0 di mantenere un controllo completo sul proprio tempo – eppure la soglia tra tempo personale e lavoro è stata infranta da un pezzo. Sembra che chi già abbia assaggiato il lavoro 4.0 non abbia impiegato molto a trovare l’equilibrio tra vita privata e lavoro (il 95 percento degli intervistati della ricerca che abbiamo citato), eppure manteniamo dei dubbi pensando alla capacità che abbiamo di adattare le nostre abitudini a qualsiasi cambiamento. Potremmo a questo punto riportare i dati di un’altra ricerca in circolazione in questi giorni, ricerca molto semplice di Jobrapido che invece evidenzia come ci sia una realtà italiana che solo a macchia di leopardo è proiettata verso il lavoro del futuro, perché la metà degli intervistati chiede proprio più strumenti per conciliare impegni di lavoro e famiglia, agevolazioni per le cure mediche e la sanità, supporto economico, tutte esigenze che al momento non sono affatto ripartite.

Lavoro 4.0, tenere alta l’attenzione

Forse quello che più colpisce, in questa evoluzione, sempre più rapida, che riguarda i cambiamenti lavorativi, è ancora una volta l’assenza di capacità previsionale, di attenzione e di reattività da parte di chi invece dovrebbe proprio analizzare e normare l’evoluzione, non con l’obiettivo di indirizzare il progresso, ma con quello di leggerlo per tempo per assicurare benefici comuni. Mauro Magatti, sociologo ed economista, docente presso l’Università Cattolica di Milano, nel suo contributo al Convegno Dopo la Crisi, ricostruire un Paese Solidalecon ironia ha posto l’accento su questa miopia e ha detto: “La “metamorfosi” imposta dalla crisi deve condurre verso un modello economico sostenibile a livello sociale e ambientale perché non ci sono più le condizioni politiche per una espansione finanziaria illimitata”. E ha aggiunto: “Ma davvero si pensa ancora che il nostro sviluppo economico dipenda dai consumi interni? La Cina può fare un pensiero simile, l’Europa no”. Un modello economico sostenibile passa dallo sviluppo delle nuove tecnologie, ma è la regìa a determinarne l’impronta sul mercato del lavoro e se pure ne parla dal 2014, proprio in previsione di questi anni, sembra si sia già molto indietro con il rischio che invece di ‘produrre vero valore, si rinunci di fatto a una reale crescita economica’.

I robot non li fermeranno i sindacati, la popolazione che invecchia, era un problema già anni fa (ma anche i governi cosiddetti di sinistra hanno dimenticato nel cassetto qualsiasi forma di supporto alla famiglia degna di questo nome), lo smart-working confuso con nuove forme di caporalato da ventunesimo secolo senza, non le chiamiamo tutele, ma semplicemente regole di rispetto, sono sotto gli occhi di tutti eppure si parla semplicemente di flessibilità continua ulteriore e selvaggia.Quello di sentirsi sempre ‘part-time, ma full-time’ è fenomeno che, dice Richard Sennett, mette a rischio il senso di cittadinanza sociale. E senza per nulla essere tecnofobi, per il fatto che le macchine hanno già preso il controllo su tanti posti di lavoro, bisogna fare bene i conti: impiegati di banca, centralinisti, gestione ordini, sono stati i primi gradini intaccati. Tanto che Sennett parla proprio di ‘classi stagnanti’, quelle prima prese di mira dalla crisi e ora dalla digital disruption.

Il crollo del nostro manifatturiero senza approdare ad altre sponde, la perdita di riferimenti condivisi e di autorevolezza anche delle organizzazioni sindacali (con la maggior parte degli iscritti annoverabili tra i pensionati, come riporta oggi un quotidiano nazionale), una deregulation nel mondo del lavoro per cui sono proprio le nuove leggi a imbrigliare la tutela dei più deboli (non dei più furbi), sono aspetti che allarmano.

E allarmano proprio perché intanto l‘Industry 4.0 va avanti, coinvolge sempre più figure professionali, che quasi sembrano non esistere. Come è possibile immaginare un mondo in cui i lavori ‘normali’ li possono eseguire bot e robot, e sono richieste specializzazioni così elevate da non essere più alla portata di tutti, e da richiedere un’evoluzione, anche formativa, che non è assolutamente alla portata se non di tutti di molti? La tecnologia corre più veloce delle istituzioni e sta già correndo più velocemente quasi della capacità sociale di soddisfare le nuove competenze richieste per sostenerla e soprattutto per governarla.