M2MNetwork

IoT e Industry 4.0, matrimonio virtuoso ma complesso

Iot_shutterstock_328634297
Google + Linkedin

Il mercato, la ricerca degli standard, la realtà italiana e le ricette su come rendere virtuoso un matrimonio necessario e fecondo ma ancora tutto da combinare, quello tra IoT e Industry 4.0

Internet Of Things (IoT), o Internet delle Cose, è il paradigma di convergenza di tecnologie ICT, elettronica, sistemi di sensori (applicati a prodotti e processi), che grazie allo scambio di dati tra gli oggetti (collegati alla Rete), e i data center, rende possibile da un lato convogliare informazioni sull’utilizzo delle cose ai produttori (dati che elaborati permettono un funzionamento migliore degli stessi, insieme all’erogazione di servizi ad hoc per il consumatore), e dall’altro – ai clienti – di beneficiare di caratteristiche di funzionamento e gestione degli oggetti fino a ieri impossibili.
Ci si potrebbe fermare qui, ma oltre a questo IoT è volano tecnologico abilitante anche per il passaggio a Industry 4.0, a realtà produttive cioè in cui la digitalizzazione è parte costitutiva dell’azienda, collante dei processi, e l’infrastruttura IT rappresenta uno dei tanti strumenti a disposizione, insieme per esempio alla robotica e oramai anche alla stampa 3D.
Si tratta pertanto di comprendere le diverse possibilità per i diversi ambiti e settori, il quadro generale entro cui ci si muove, il valore dei dati resi disponibili, e il contesto normativo. Ci ha aiutato in questo percorso il convegno Internet Of Things organizzato da TIG.

IoT, le cifre

Il quadro dei numeri è offerto da Ezio Viola, AD di The Innovation Group, che inquadra il tema. Si può parlare infatti di Internet delle Cose ma anche di Internet dei Sistemi. Ci sono sì i prodotti ma sarebbe riduttivo contare solo le cose interconnesse. Per IoT è giusto quindi considerare un mercato consumer, ma senza tralasciare quello enterprise che comprende tecnologia, applicazioni e servizi che possono rendere intelligenti i processi. Perché l’intelligenza dei dati prodotti da IoT indubbiamente impatta su tutta la filiera di produzione, e ovviamente sulle tematiche di sicurezza. E questa considerazione vale nella segmentazione del mercato di chi IoT la fa, così come del mercato target.

Ezio Viola TIG
Ezio Viola, AD di The Innovation Group

E quindi come procede la domanda di IoT sul mercato? Dipende dai componenti. Se possiamo definire app e business intelligence comparti già integralmente facenti parte dell’era IoT, Big Data e piattaforme IoT invece compaiono tra le componenti di maggior interesse per lo sviluppo aziendale, ma anche quelle dove frammentazione e carenza di standard condivisi offrono tantissimi motivi di incertezza.
Il valore attuale del mercato italiano IoT è di circa 1,5 miliardi di euro, l’anno prossimo varrà oltre due miliardi con tassi di crescita del 30 percento, pur rimanendo piccolo rispetto a tutta la fetta ICT. All’interno di questo quadro il mercato enterprise di IoT vale in Italia 70 milioni di euro. IoT in Italia non offre nel suo spaccato uno scenario disruptive, quanto piuttosto in evoluzione, con tante potenzialità ancora poco capite, mentre in Europa IoT avrà un impatto, entro il 2020 già del valore di circa 300 miliardi di euro con le Industries 4.0 che da sole contribuiscono a un valore di 50 miliardi di euro. Si tratta ancora una volta di raccogliere una sfida, quella di integrare ICT e tecnologie nei prodotti come nelle operations.

IoT e Industry 4.0

IoT Convegno TIG2991
Roberto Farina, Head Of Internet of Things Competence per il Cefriel

Roberto Farina, Head Of Internet of Things Competence per il Cefriel, offre spunti importanti per capire il rapporto tra IoT e Industry 4.0. La visione degli utenti di IoT come avvento di gadget tecnologici iperconnessi è solo un lato della medaglia, ed è riduttivo però considerare solo l’altro lato quello quindi della grande mole di dati prodotta e utilizzabile. Invece lo scenario è quanto mai variegato, IoT è non un mercato ma molti mercati. In una logica quanto mai complicata e frammentata se consideriamo la proliferazione di piattaforme e di ecosistemi. Cefriel propone una modellizzazione possibile su quattro componenti che prevedono: i dispositivi connessi e i sensori, il tema della connettività, quello dell’infrastruttura di back-end in cloud (o on premise) con le relative analitiche e metriche, e infine la parte relativa alla presentazione e all’utilizzo dei dati.

E una lettura chiave per comprendere Iot nel suo insieme è allora possibile: IoT è la capacità di trasformare oggetti fisici e analogici in oggetti digitali in grado di ricevere e inviare informazioni, per abilitare il passaggio definitivo da una logica di prodotto a una logica di servizio. Non si parla più quindi dell’acquisto di un asset, ma dell’acquisto di un servizio, che offre un’opportunità di relazione diretta con l’utente, ma anche quella di produrre un oggetto non in forma seriale ma già dedicato a uno specifico utente, con gli stessi processi di automazione che fino ad oggi hanno consentito solo la produzione di cloni, a patto di disporre di un intero set di competenze tra cui quella di pensare come abilitare la tecnologia già disponibile.

IoT nella prospettiva europea

IoT Convegno TIG2992
Claudio Pastrone, Head of Pervasive Technologies Area dell’Istituto Superiore Mario Boella e tutte le iniziative Open Source in ambito Iot

Tutto chiaro e possibile? Per nulla. Perché se la tecnologia è abilitante a volte lo è fin troppo, considerato il proliferare di standard e di piattaforme. Claudio Pastrone, Head of Pervasive Technologies Area dell’Istituto Superiore Mario Boella ci offre il quadro della prospettiva europea su IoT.
Di fronte alla proliferazione di alliance e consorzi, la competizione degli standard e il loro moltiplicarsi, e ancora l’affacciarsi di piattaforme open source – con tanti pregi – ma che non hanno contribuito a semplificare lo scenario, e di building blocks costitutivi come FiWare, ecco di fronte a tutto ciò lo scenario IoT si è riempito di silos verticali, mentre bisogna pensare ad IoT come al sistema dei sistemi, e lo sforzo deve convergere all’integrazione interoperabile dei compartimenti verticali, con progetti piloti IoT su larga scala che concertino operatori diversi. Nel 2015 è già partita l’iniziativa Digital Single Market, così come la proposta europea di AIOTI (Alliance for Internet of Things Innovation) e ancora un programma europeo con diversi capitoli di ricerca (nonché finanziamenti per circa 100 milioni di euro su una serie di progetti pilota) sotto il cappello European Platform Iniative cui l’Italia partecipa con Unify-Iot e Be-Iot.

IoT e l’Italia nell’era della manifattura 4.0

Per la strategia italiana su IoT e Industry 4.0 impostata dai tavoli di confronto di governo/confindustria facciamo riferimento a Stefano Pileri, CEO Italtel e Coordinatore Gruppo di Progetto IoT Confindustria Digitale. IoT nel suo modello è disposta su quattro livelli: oggetti e sensori – connettività (nel panorama dell’insufficienza delle reti attuali del Paese) – il layer dello stoccaggio dei dati – il layer applicativo. Un approccio, questo, applicabile a molte strutture verticali per quanto quanto più i livelli saranno declinabili nelle nostre diverse Industry – senza rimanere silos verticali –  tanto più sarà conveniente lo sviluppo delle piattaforma Iot. I dati di spunto: oggi ci sono 6 miliardi nel mondo, nel 2020 ci saranno 10 miliardi di device, con stime di oggetti per ogni terminale in un rapporto tra 2X e il più verosimile 10X. Pensiamo a 50 miliardi di oggetti nel 2020 in Rete, con un valore aggiunto IoT creato tra i vari vertical di circa 14mila miliardi di dollari (il PIL odierno americano). In Italia nel 2015 il mercato ICT per IoT valeva 2 miliardi di euro in crescita del 30 percento rispetto al 2014 (dati Politecnico di Milano).

IoT Convegno TIG2995
I benefici attesi da Industry 4.0, ne parla Stefano Pileri CEO Italtel

Tra le criticità infrastrutturali del nostro Paese nell’abilitare il matrimonio virtuoso tra IoT e Industry 4.0 ci sono però le carenze di rete. Non di tecnologia – perché il 5G risolve i problemi di velocità, latenza e architettura – ma di copertura, se si considera che la maggior parte delle nostre PMI si trova nelle cosiddette aree a scarso interesse per gli operatori, le cosiddette aree bianche (vi operano oltre il 70 percento delle realtà venete e lombarde). Poi la nostra è una PMI che si delocalizza sul territorio e la cui competitività è scesa rispetto al principale competitor europeo (la Germania), anche se con un market share di esportazione di circa il 5 percento che rappresenta una percentuale rilevante.
Allora per Pileri la manifattura italiana 4.0 abilitata da Iot può e deve essere poche cose ma fondamentali: connettere al sistema produttivo i clienti, capire come (e se) stanno utilizzando i prodotti (tramite i dati che raccolgo che diventano dati di servizio), connettere ogni realtà ai suoi fornitori, per ottimizzare scorte e ridurre il time to market e produrre su misura (con robots e 3D printing). Il governo ha deciso di stimolare il processo con investimenti per 8 mld di euro in cinque anni, oltre alla garanzia della banda ultra larga nelle aree industriali, ed ad avere mostrato sensibilità sulla focalizzazione verso la formazione scientifica e matematica, l’indicizzazione degli standard di settore (ricordiamo che a livello europeo OPC UA, Automation ML/ e le emanazioni dei vari ITU, W3C IEEE e ISO e OGC nei diversi ambiti rappresentano la base minima) l’aiuto alla finanza di impresa, l’evoluzione dei rapporti di lavoro e la spinta nella pmi per la realizzazione di Digital Innovation Hub.

L’Iot concreta

Con soluzioni molto diverse tra loro in Italia si muovono già su progetti IoT concreti le realtà del nostro tessuto di servizi, manifatturiere, ma anche realtà più vicine al contesto consumer come Lavazza e Electrolux, ognuna con esperienze sì eterogenee ma in grado di evidenziare come la ricerca di IoT in ogni contesto sia un percorso difficile. Per esempio Fabio Osculati (CTO Lavazza) sottolinea la difficoltà nel suo specifico settore anche solo per studiare cosa serva ai clienti che per fare un caffè hanno bisogno in fondo solo di primere un pulsante e si vedono invece offrire servizi complessi a volte di scarso interesse tramite smartphone. E’ un aspetto da tenere conto per non inseguire a tutti i costi innovazione inutile dove non serve: Osculati però sottolinea anche il valore di poter comprendere grazie alle tecnologie IoT il reale utilizzo della macchina per l’espresso da parte dei clienti, quindi il valore di IoT non per abilitare direttamente servizi al cliente, ma a beneficio dell’ottimizzazione del sistema produttivo per l’azienda.

Di grande interesse su tutte ci è sembrata l’esperienza di Electrolux che evidenzia la complessità di pensare ad IoT in un contesto in cui vi sono vendor che propongono piattaforme del tutto chiuse, altri che propongono piattaforme solo per la comunicazione device/oggetto, e l’approccio importante invece di aprire IoT ai servizi per gli utenti come ai servizi informativi dell’azienda produttrice, in un unico ecosistema interconnesso, per abilitare il processo di miglioramento della produzione, proprio ritornando all’idea che la digitalizzazione è un’altra cosa rispetto all’informatizzazione come è stata pensata fino ad oggi.

Il pensiero di Ernesto Ferrario, SVP global operations di Electrolux è illuminante: “Abbiamo testato di tutto, anche servizi rivelatisi del tutto inutili, come la possibilità di monitorare la cottura del pollo nel forno attraverso videocamera e smartphone. Pochi gli utenti davvero particolari che hanno trascorso il loro tempo così. Perché è vero che se IoT è un passaggio ineluttabile per le potenzialità intrinseche che ha, sono ancora del tutto da pensare i servizi effettivamente abilitanti e virtuosi, in uno scenario in cui le persone stesse vogliono comprare un prodotto connesso, magari senza sapere bene cosa farci, e noi vendor non riusciamo a comprendere appieno ancora ogni sfaccettatura legale della questione. Potenzialmente l’azienda potrebbe collegarsi dalla fabbrica alla lavatrice di casa per modificare il software e abilitare dei servizi, anche se viviamo ancora in una giungla di standard per cui l’unica via certa al momento è cercare di soddisfarli tutti”.

Ernesto Ferrario - Electrolux
Ernesto Ferrario – SVP global operations di Electrolux

Ferrario inoltre ha il merito di evidenziare anche alcune criticità di Iot come fattore abilitante il cambiamento dei processi interni e l’innesco del ciclo virtuoso di generazione del dato dell’oggetto per l’azienda che lo ha prodotto : “Il problema non è certo più la mancanza di tecnologia ma da un lato la capacità di modellizzarne le potenzialità al servizio specifico della propria realtà – cosa che richiede idee e studio – e dall’altro da parte delle persone la flessibilità al cambiamento, la disponibilità a immaginare di fare diversamente le cose”. La grande sorpresa è che secondo Ferrario un passaggio chiave sarebbe proprio la separazione tra il dipartimento IT e quello deputato alla digital transformation con la figura del Global Digital Operator. Come dire che pensare all’IT come lo abbiamo fatto fino ad oggi non solo non è abilitante, ma è anche il primo ostacolo alla reale innovazione.

RICERCA – Chi trarrà maggiore beneficio dall’Internet of Things?
Prendi parte alla nostra ricerca, dicendoci chi otterrà secondo te i maggiori benefici dall’IoT.
Bastano pochi minuti: clicca qui. Per ringraziarti ti invieremo una sintesi dei risultati.