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INCHIESTA CLOUD – Adozione, cloud ibrido, roadmap

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Abbiamo raccolto le tre puntate dell’Inchiesta di Silicon dedicata al Cloud in un unico Dossier, che analizza il livello di adozione in italia, la propensione verso il cloud ibrido e i passi per una strategia di implementazione. Ne discutiamo con Oracle, Microsoft, Ibm, Red Hat, Fujitsu, Intel, Dell Emc, Vmware e Amazon Web Services

Si parla di cloud, o meglio di quel cloud che come “servizio componibile” le aziende stanno decidendo di annoverare tra i propri acquisti nel 2017. Un pezzo per volta, as a service,  con investimenti che crescono man mano nel tempo, a progetti avviati. Un cloud su misura quello che i nostri  lettori ricercano come l’andamento del mercato conferma: il volume di spesa complessiva raggiunta nel 2016 dai servizi di cloud computing è stato di 3.152 milioni di euro, con un tasso di crescita annuo del 19,5% secondo Assintel, testimoniando il passaggio da una fase di early adoption a un momento di adozione più ampio. Il 64% di grandi imprese (in un panel di 1.000 aziende end user) dichiara di avere intrapreso progetti di sperimentazione e prototipizzazione, così come il 24% di esse dichiara investimenti al di sopra di 1 milione di euro in servizi di cloud computing. Nel quadro di insieme rientrano i programmi della PA per la razionalizzazione dei datacenter ma anche l’espandersi del  cloud anche tra le piccole realtà aziendali, ovviamente con un investimento non così sostenuto.  “Il cloud computing inizia a mostrare i suoi reali benefici e la sua vera efficacia come fondamentale digital enabler dell’intero sistema Paese – recita il rapporto Assintel – sicuramente l’abilitatore chiave nella modernizzazione del data center e la sua evoluzione verso modelli realmente software defined”.
Ma cosa cercano le aziende italiane? Temono progetti complessi? Sono convinte che il cloud oltre che  essere un abilitatore sia anche un “semplificatore” dei loro processi? Lo adottano anche le nostre pmi? Lo abbiamo chiesto ai nostri lettori e ad alcuni vendor attivi su questo mercato, per capire se domanda e offerta hanno oggi un punto di incontro.inchiesta 1 - prima domanda

inchiesta 3Le risposte dei nostri lettori  evidenziano quattro trend: la maggioranza delle aziende ha già adottato soluzioni cloud (il 62% le ha già in casa ma solo il 15% sta valutando di adottarle nel 2017), con un bilanciamento quasi perfetto tra cloud pubblico, privato e ibrido (27%, 29%, 27%) a sopresa rispetto ai vendor che spingono verso soluzioni ibride, componibili (lo vedremo nel corso dell’inchiesta, nelle loro risposte). I servizi già ad oggi in cloud sono quelli più intuitivi (posta e collaboration pesano per il 65%) anche se la parte di storage, vista l’enorme mole di dati da gestire, segue a buon passo (59%). Crm e Analytics crescono al 30%, un andamento che anche alcune vendor (vedi Oracle) segnalano essere iniziato. I workload strategici rimangono però ancora in casa (14%), e il grande salto verso il cloud sarà dato proprio dallo spostamento delle operazioni più a valore, ma si parla di processi più complessi che implicano l’assenso di tutti i livelli di management aziendali. Infine, i lettori amano affidarsi a partner dedicati al cloud: in questo caso system integrator (42%) e  cloud provider (42%) sono gli interlocutori più ricercati  che riescono a calarsi nella singola realtà per portare avanti  processi consulenziali nell’adozione del cloud, sia esso per ridefinire l’infrastruttura, la piattaforma o anche semplicemente il software.
I vendor, che spingono la tecnologia, sanno di doversi affidare a questi partner per andare a cogliere i desiderata delle aziende.

inchiesta 2Oltre che ai lettori, abbiamo rivolto ai vendor tre domande, per capire dal loro punto di vista qual è il livello di adozione di questa tecnologia, se ci sono strumenti concreti per guidarne il passaggio, e quale potrebbe essere la roadmap per spingere il cloud nei progetti di digital transformation delle aziende italiane.

inchiesta 4A livello generale ne è emerso grande interesse, con un livello di adozione più alto del passato ma ancora strada da fare. Persistono barriere all’adozione, tra tutte anche la frammentazione dell’offerta e di soluzioni fra loro non interoperabili. Se da una parte le aziende richiedono maggior flessibilità, dall’altra è bene indirizzare le loro richieste con una semplificazione dell’offerta tecnologia, sulla quale si trovano a dibattere Cio e linee di business.  Ma vediamo nel dettaglio come i vendor hanno risposto alla nostra prima domanda
A che punto è il livello di adozione delle aziende italiane dal vostro punto di osservazione e dai vostri dati? Quali i passi fatti nell’ultimo anno, quali le scelte ancora da affrontare?
Rispondono i manager di Oracle, Microsoft, Ibm, Red Hat, Fujitsu, Intel, Dell Emc, Vmware e Amazon Web Services.

PRIMA PARTE: L’adozione in Italia

I dati confortano tutti i vendor. A livello mondiale, IDC stima che più dell’80% delle organizzazioni IT Enterprise sceglieranno architetture di Cloud Ibrido entro la fine di quest’anno e Gartner afferma che il cloud ibrido sarà la più comune forma di utilizzo del Cloud.  Un recente sondaggio di Forrester Research, condotto per conto di Ibm su oltre 1.000 clienti, ha rilevato che il 38% delle aziende sta realizzando modelli di cloud privati, il 32% cloud pubblici e il 59% sta ricorrendo a forme di cloud ibrido. Sembra, a livello generale, che ormai tutte le imprese abbiano compreso che il cloud rappresenti un forte abilitatore della business transformation, un acceleratore che consente di accedere con facilità a servizi ad alto contenuto di innovazione  (“pensiamo a servizi di cognitive computing, di IoT, di Industry 4.0 e blockchain” precisa Ibm) di  collaborare con tutti i soggetti dell’ecosistema, di pagare i servizi a consumo, di comporre i servizi desiderati, di far evolvere la propria infrastruttura IT con risorse immediatamente disponibili, pagabili in base all’effettivo utilizzo e con le caratteristiche di elevata affidabilità e sicurezza richieste dalle imprese.

Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia
Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia

Anche la crescita del public cloud del 27% (fonte: Osservatorio Cloud&ICT as a Service del Politecnico di Milano) con un  valore di 587 milioni di euro, ha fatto da traino a molti servizi delle aziende. Se si guarda Microsoft l’adozione di servizi cloud in generale è cresciuta del 32%  “e in particolare Office 365 è cresciuto del 40%  anno su anno, Azure ha registrato +170% e Dynamics CRM Online +182% –  precisa Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia -. Dal nostro punto di osservazione possiamo affermare una grande crescita nell’utilizzo di applicazioni che non sono mission critical come la posta elettronica e ancora una certa resistenza da parte delle aziende a reinventare applicazioni innovative. Sicuramente quando si parla di cloud c’è maggiore consapevolezza rispetto allo scorso anno, ma permane una certa diffidenza sui benefici che il cloud può portare a supporto del business aziendale. Per colmare questo gap è necessario investire ulteriormente in formazione e nella diffusione di una vera cultura digitale”.

Andrea Toigo, Direttore Prevendita Server e Storage Emea di Intel Corporation
Andrea Toigo, Direttore Prevendita Server e Storage Emea di Intel Corporation

Una certa resistenza che secondo Andrea Toigo, Direttore Prevendita Server e Storage Emea di Intel Corporation, è dovuta anche alla poca chiarezza intorno alla tematica del cloud, che non aiuta a ridurre la complessità da gestire in azienda, anche se i vendor amano dire che il cloud sia intuitivo, facile, flessibile. “Oggi  la crescita esplosiva dei dati digitali impone nuovi requisiti, non solo al computing ma anche alle tradizionali architetture di storage e alle reti aziendali, creando colli di bottiglia per le prestazioni e l’agilità dei servizi stessi – argomenta Toigo -. Le aziende devono avanzare lungo la curva di maturità del cloud, estendendo la virtualizzazione oltre il computing per includere lo storage e il networking e quindi passare a livelli superiori di automazione e orchestrazione per il provisioning self-service e gli Sla in tempo reale”. Secondo Toigo, il livello di adozione del cloud da parte delle aziende italiane è più elevato rispetto al passato (oltre il 60% delle imprese nel mondo ritiene oggi il cloud una priorità dell’infrastruttura)  e anche in Italia l’interesse delle aziende è in aumento, con trend di crescita a doppia cifra. Tuttavia, permangono delle barriere per una sua più ampia adozione. “La principale rimane il proliferare di soluzioni frammentate e non interoperabili tra loro – continua Toigo -. Da qui la necessità di mettere a punto standard comuni, caratteristiche chiave e soluzioni in grado di ridurre la complessità: quello che infatti, riscontriamo dal mercato è la richiesta di flessibilità e maggiore scelta nei modelli di implementazione cloud, pur mantenendo il controllo delle risorse più strategiche. Da parte delle aziende c’è una crescente volontà di investire in infrastrutture più evolute definite tramite software (SDI, Software-Defined Infrastructure), ma la possibilità di implementarle direttamente rimane ancora oggi complessa e onerosa in termini di tempo”.   

Soprattutto per le aziende medio piccole, che compongono il nostro tessuto produttivo  con  fatturati contenuti, lo spostamento verso il cloud sta richiedendo più tempo del previsto e, pure avendo la percezione che le  aziende del nostro paese stanno sempre più comprendendo che il cloud è l’infrastruttura abilitante per la loro innovazione dimostrando tassi di crescita significativi (20%,) l’incidenza sul fatturato generale del settore IT è ancora bassa (circa il 3%).

Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia
Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia

“Ci sono dei settori molto dinamici e altri, come le piccole e media Imprese, che fino ad ora non hanno saputo cogliere appieno il valore del cloud – sostiene Luigi Scappin, Sales Consulting Director di  Oracle Italia -. In Oracle il trend è molto positivo con crescite che sfiorano le 3 cifre sia a livello globale che italiano. E’ una corsa che non si fermerà, nel corso del 2016 abbiamo visto partire i primi progetti di vera IT Transformation a livello architetturale, quella che noi chiamiamo la seconda onda del cloud che segue i primi progetti puntuali realizzati in ambito Software As A Service e IaaS. Inoltre, cominciamo a notare un forte interesse per le applicazioni che vanno sotto il cappello dell’ERP e più in generale del Finance”.  Scappin sostiene che ormai le aziende hanno capito che devono rinnovare i propri processi e lo stanno facendo puntualmente senza pensare a cambiare l’intero ERP ma integrando il vecchio con il nuovo.L’hybrid cloud come lo concepiamo noi prevede la possibilità di avere in cloud oppure on premise i medesimi prodotti e di poter quindi scegliere come gestire i propri carichi – precisa Scappin -. Questo, insieme al livello di sicurezza e di servizio che offriamo sia alla piccola sia alla grande azienda, è un passaggio chiave per poter aiutare le imprese a portare in cloud le applicazioni mission critical”.

Le imprese vogliono soluzioni

Così come Oracle, Microsoft e Intel, anche Ibm ha annunciato i risultati di fine anno, che per il cloud sono stati molto importanti con un giro d’affari di 13,7 miliardi di dollari, in crescita del 35% anno su anno. 

Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia
Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia

“L’adozione del cloud procede a doppia cifra, ma mentre in un prima fase le imprese erano principalmente concentrate su obiettivi di riduzione dei costi, ora la focalizzazione è sulla trasformazione digitale che può essere abilitata da forme di cloud ibrido – precisa Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia  inquadrando il cloud come abilitatore -. Le imprese infatti non sono interessate a soluzioni standard, ma ricercano possibilità di integrare le proprie infrastrutture on premise con il cloud pubblico, anche di diversi fornitori. Relativamente alle titubanze riguardo all’adozione del cloud, notiamo che le aziende hanno intrapreso un deciso processo di riconciliazione con gli inibitori che inizialmente ne frenavano la fruizione. Sicurezza, controllo, prestazioni, ritorno economico: oggi le imprese sanno molto meglio di prima cosa chiedere e cosa aspettarsi dal cloud, hanno chiari i requisiti da soddisfare, e si fa strada una corretta valutazione dei business case”.

Modelli di business che nascono dal fatto che stiamo rapidamente entrando in un’era in cui la grande potenza di calcolo, l’archiviazione digitale e le connessioni di rete globali potranno essere implementate da chiunque “in modo rapido e facilmente come accendere la luce” una pormessa che  trasformerà il modo di fare business in Europa e in tutto il mondo. 

Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, AWS
Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, AWS

Lo pensa  Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist di Amazon Web Services, che premia l’azzardo delle aziende italiane: “In Italia, i clienti italiani sono stati tra i primi ad adottare i servizi cloud da quando abbiamo lanciato Amazon Web Services nel 2006 .  Oggi la forte accelerazione da parte delle aziende nell’adozione dei nostri servizi che abbiamo visto all’inizio, continua a registrare tassi di crescita a doppia cifra e in Italia AWS sta portando l’innovazione in molti settori: dalle startup alle grandi aziende, alle organizzazioni del settore pubblico fino al no-profit” . In particolare, negli ultimi 12-18 mesi AWS ha  avuto richieste in quei settori che sono tendenzialmente più lenti nell’adozione di nuove soluzioni. Poccia cita Enel, per l’energia, che ha adottato il cloud per la totalità della propria infrastruttura IT, riducendo  i costi per lo storage e la potenza di calcolo, aumentando al contempo l’efficienza operativa, oppure nel settore pubblico la Corte dei Conti  risparmiando fin da subito 40.000 euro sull’acquisto di nuovo hardware. “Si tratta di soluzioni che offrono un valore aggiunto sia in termini di contenimento dei costi, di agilità e di scalabilità del proprio business che di qualità generale dell’esperienza per l’utente finale, con ricadute positive importanti a livello di reputazione di un brand. Il cloud è una proposta di valore così forte per i clienti che non c’è davvero alcun settore che non possa beneficiare dal passaggio al cloud”.

Un ottimismo comune anche ad Alberto Bastianon, Presales Manager di Dell EMC, che pure sottolineando che ancora diverse aziende ne stanno valutando l’adozione, sono tante le realtà che hanno in programma di passare al cloud nei prossimi mesi.

Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC
Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC

Siamo convinti che anche l’Italia rispecchi, in misura minore, questa tendenza. Certo, l’avanzamento dell’implementazione è ancora irregolare, e molte aziende hanno adottato un approccio graduale.  Ormai da alcuni anni, l’IT aziendale è sottoposto all’azione di forze che stanno modificando sia le infrastrutture sia le strategie di business. Per l’IT questo significa non solo gestire le tecnologie esistenti, ma anche, essere in grado di adattare le infrastrutture tecnologiche ai cambiamenti in atto”.  Nei casi in cui le aziende hanno percepito il valore del cloud computing, nuove prospettive si sono aperte, sostiene il manager: “in Italia le aziende mostrano una crescente consapevolezza delle potenzialità del cloud e della trasformazione digitale quali elementi indispensabili per essere competitivi. E stanno dimostrando di comprendere come il cloud ibrido consenta di accrescere livelli di flessibilità e agilità prima non raggiungibili, permettendo di implementare iniziative di business in modo più veloce, facile e meno costoso. La trasformazione del business digitale è complesso e richiede tempo, e sono ancora molte le sfide che i responsabili IT si trovano ad affrontare, ma il processo è ormai avviato e avanza velocemente” conclude.

Federico Riboldi, marketing product  manager di Fujitsu Italia, sposta l’attenzione sulla percezione del cloud da parte di Cio e Ceo che lo considerano un’opportunità per liberare risorse interne da attività di routine a vantaggio di quelle a maggiore valore.

Federico Riboldi, Marketing product manager Fujitsu Italia
Federico Riboldi, Marketing product manager Fujitsu Italia

“La richiesta oggi è di avere nuovi modelli operativi che prevedono il passaggio graduale di alcuni ambienti infrastrutturali e applicativi al cloud: l’obiettivo è di alleggerire l’IT interno e dedicarlo all’analisi dei dati e alla business intelligence – precisa Riboldi -.  Tipicamente, gli ambiti che vengono esternalizzati fanno leva sui benefici legati all’erogazione dinamica e on demand di risorse virtuali (es. servizi di Disaster Recovery). Per altri ambiti, le aziende demandano a Fujitsu, oltre alla fornitura di risorse IaaS, anche l’erogazione di servizi di gestione e amministrazione di sistemi operativi, middleware, database, network e security nonché dei backup dei dati.  Maggiore resistenza si riscontra invece nei progetti di conversione di ambienti legacy; in questo caso, l’IT tende mantenere un governo diretto, anche se in futuro le cose potrebbero cambiare”. Uno scenario IT attuale, a due velocità, dove non tanto chi utilizza il cloud  ha un vantaggio competitivo, piuttosto sitrovano in una posizione di svantaggio  quelle aziende che non si avvalgano di queste tecnologie.

Alla ricerca di compromessi

Sull’opportunità ritorna anche Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia,  vista in termini di flessibilità, efficienza, risparmio, per far fronte alla pressione costante dei cambiamenti del mercato. “Una consapevolezza che si traduce in un livello di adozione crescente del cloud da parte delle aziende” precisa ribadendo come nel recente VMworld anche Pat Gelsinger, CEO di VMware, aveva dichiarato che dieci anni fa, nel 2006, il cloud rappresentava solo il 2% delle attività delle aziende, nel 2011 pesava per il 7%, ma nel 2016, il 15% dei workload era  stato su public cloud, il 12% su cloud privato e il restante 73% in mano all’IT tradizionale. Il breakeven avverrà nel 2021, quando il cloud peserà per il 50%, un mercato da 99 miliardi di dollari.

Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia
Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia

Una crescita continua quindi, che riscontriamo anche nel nostro Paese – continua Zerminiani -.  In particolare, assistiamo alla ricerca di un compromesso fra l’agilità del cloud pubblico e la protezione dai rischi del cloud privato. In questo senso, il cloud ibrido rappresenta la risposta migliore, perché consente alle aziende di estendere il data center e le applicazioni al cloud in modo semplice e sicuro. La flessibilità e la possibilità di scelta del cloud ibrido garantiscono di contenere i costi, minimizzare i rischi e creare un ambiente sicuro”.  Tuttavia, secondo Vmware,  resta ancora molto da fare: sebbene le aziende abbiano ben chiaro che il cloud rappresenti un abilitatore del business e che fornisca l’agilità necessaria a competere in un contesto complesso, ci sono ancora delle barriere culturali da superare: “Le aziende devono modificare il modo di vedere l’IT e le sue modalità di implementazione, una trasformazione culturale importante tanto quanto l’implementazione della tecnologia”.

I dati raccolti da Red Hat, infine,  rivelano un mercato in crescita, nel quale il grosso degli investimenti riguarda l’infrastruttura, ma anche la spesa delle aziende per il public cloud. “Gran parte di questi investimenti restano ancora legati però alle grandi imprese, mentre le pmi italiane sembrano essere ancora al palo”  sostiene Danilo Maggi, Marketing Manager di Red Hat Italia -. “Se ci focalizziamo sulle soluzioni IaaS possiamo dire, dai dati in nostro possesso, che in Italia soluzioni pubbliche e private sono equamente suddivise mentre le soluzioni PaaS nelle grandi aziende segnano una crescita particolare in ambito privato. Queste tecnologie mettono più in evidenza la necessità di una collaborazione ancora più stretta tra la direzione IT e le linee di business. Forse da questo punto di vista le aziende italiane devono evolversi, non solo adottando nuove tecnologie nella nuvola, ma adeguando la struttura dell’azienda stessa alla nuova realtà”.

Danilo Maggi, Marketing Manager, Red Hat Italia
Danilo Maggi, Marketing Manager Red Hat Italia

Ne emerge una fotografia articolata, con punti di vista simili tra la necessità di trasformazione e le barriere all’adozione.  Se contenere i costi, minimizzare i rischi e creare un ambiente sicuro sono aspetti ormai assodati, resta la resistenza nei progetti di conversione di ambienti legacy.
Non a caso i nostri lettori hanno dichiarato di aver portato in cloud solo il 14% dei workload strategici, dato che motiva i vendor affinché spingano perché le aziende spostino i carichi di lavoro mission critical.
Nel complesso ne esce una fotografia uniforme: si va indiscutibilmente tutti verso il cloud, le pmi più a rilento. Ma bisogna fare chiarezza sugli strumenti per agevolarne il passaggio, che saranno oggetto di un altro articolo, la seconda parte della nostra inchiesta.

Con una seconda domanda ai vendor abbiamo chiesto di focalizzarsi sul cloud ibrido (Il Cloud ibrido sembra la scelta che ad oggi riesce a coniugare le esigenze di diverse realtà. Quali gli strumenti concreti per smovere le aziende?) econ una terza domanda di definire una roadmap chiara  verso il cloud, anche per le pmi.  Nelle prossime settimane continuerà  il nostro viaggio verso il cloud.

SECONDA PARTE: Il cloud ibrido

Di cloud non se ne può più fare a meno. Lo dicono i nostri lettori (lo adottano nel 62% dei casi), lo dicono le aziende che quando  parlano di cloud spingono verso soluzioni ibride che possono trovare compromessi migliori nelle aziende. Si perché il cloud nasce spesso come un compromesso, tra la necessità di cambiare e di impostare un percorso di business che preveda la trasformazione degli asset digitali (digital transformation)  e la necessità di tenere alcuni asset in modalità privata, on premises, sia per reticenza, timori di sicurezza, budget da gestire in tempi diversi. Aspetti che abbiamo evidenziato nella prima parte della nostra inchiesta (che cercava di fare il punto sul livello di adozione del cloud in Italia, secondo lettori e vendor): il fatto che molti manager ragionino step by step porta a pensare al cloud come a un servizio componibile che cresce nel tempo e risponda via via a esigenze diverse. I vendor lo hanno ribadito: c’è oggi maggiore consapevolezza nelle aziende per fare evolvere la loro infrastruttura IT in un modello pagabile all’effettivo utilizzo ma c’è ancora bisogno di formazione e di diffusione di una vera cultura digitale.
C’è una certa resistenza  perché alcuni soluzioni sono complesse da implementare e il proliferare di proposte frammentate non aiuta. Integrare il vecchio con il nuovo è un primo passo necessario, prima di portare in cloud gli asset mission critical.
Per guidare questo percorso abbiamo chiesto ad alcune aziende (Oracle, Microsoft, Ibm, Red Hat, Fujitsu, Intel, Dell Emc, Vmware e Amazon Web Service) quali sono gli strumenti concreti per sdoganare il cloud anche nelle piccole e medie imprese, che a detta di tutti sono ancora le più restie.  Un cloud ibrido non è, quindi, semplicemente la coesistenza di un cloud pubblico e privato, ma la gestione integrata e orchestrata di entrambi da parte del dipartimento IT, a beneficio dell’intera organizzazione.

inchiesta 1 - prima domanda

Accento sulle partnership

Quello verso il cloud è un percorso che non può essere fatto da soli. Non solo le aziende si affidano a cloud provider per la realizzazione di pezzi di cloud, ma anche gli stessi vendor hanno la necessità di fare partnership per permettere alle loro tecnologie di supportarsi a vicenda, di girare ognuna nel cuore dell’altra. “Quella del cloud ibrido è la scelta verso cui si stanno orientando le aziende proprio perché coniuga diverse esigenze – sostiene Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia  -. Come VMware, lavoriamo su più fronti per offrire e strumenti concreti: da un lato siamo impegnati per rendere i data center sempre più efficienti in termini di agilità e di economics. Dall’altro per rendere l’accesso al cloud sempre più semplice, sia che si tratti di cloud VMware sia che si tratti di cloud pubblico”.  

Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia
Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia

Due passaggi che prevedono delle partnership come quelle siglate recentemente da VMware, nell’ottica di aiutare i clienti a facilitare l’accesso al cloud: la prima con IBM, che porta  nella sua  rete globale di 48 data center  l’offerta VMware Cloud Foundation (la piattaforma unificata che integra VMware vSphere, VMware Virtual SAN e le tecnologie di virtualizzazione NSX come servizio), la seconda con Amazon Web Services che permette ai clienti di far girare le applicazioni in ambienti cloud privati, pubblici e ibridi basati su VMware vSphere. VMware Cloud on AWS lascia ai clienti di VMware la possibilità di utilizzare  gli strumenti VMware per sfruttare la presenza globale di AWS e l’ampiezza dei servizi, compreso lo storage, i database e gli analytics – continua Zerminiani -. VMware Cloud on AWS fornisce l’accesso alla gamma completa di servizi di AWS, insieme con la funzionalità, l’elasticità, e la sicurezza che i clienti si aspettano dal cloud AWS” .

E’ proprio  Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist di Amazon Web Services, a commentare come nel panorama del cloud le partneship spingano la scelta del cloud ibrido e come la scelta di un’architettura ibrida permetta di ottenere il massimo dal cloud, senza rinunciare agli investimenti preesistenti, perché  la maggior parte delle imprese ha fatto in passato investimenti IT che ancora garantiscono benefici e che tendenzialmente nessuna azienda può cambiare  dal giorno alla notte. “Per questa ragione abbiamo pensato ad alcuni servizi  che diano la possibilità ai clienti di utilizzare sia le loro infrastrutture esistenti che i servizi sulla nuvola AWS – precisa Poccia –. Abbiamo sviluppato il più ampio e approfondito set di funzionalità per l’architettura ibrida così da permettere  qualsiasi cosa”.  Dall’integrazione del controllo dei network, della sicurezza e dell’accesso, all’automatizzazione della migrazione dei carichi di lavoro, fino alla possibilità di controllare AWS dai propri strumenti di gestione on-premise.  

Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, AWS
Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, AWS

Uno strumento adottato dai clienti enterprise è AWS Direct Connect, per realizzare una connessione privata tra AWS e il data center di lavoro, l’ufficio o qualsiai altro ambiente prescelto, portando una riduzione dei costi di rete,  un aumento del volume della banda e una migliore esperienza d’uso. “Siamo in grado di installare e rendere operativo un centro di eccellenza basato su un’architettura ibrida nel giro di pochissimo tempo – sostiene Poccia. Facciamo di tutto per far capire al cliente l’importanza di abbracciare una politica aziendale che introduca un approccio cloud-first. E’ importante che i nuovi sistemi di cui l’azienda si doterà dovranno essere nativi cloud”.
Un esempio di questo approccio al cloud ibrido è dato proprio dal caso Enel, che sta usando il cloud di AWS come leva di trasformazione  per abilitare l’innovazione, supportare i  clienti e ridurre i costi dell’IT. Secondo i dati rilasciati da Poccia, la migrazione su AWS permette a Enel di ridurre i costi fino al 20% per la potenza di calcolo e del 60% per lo  storage, oltre che ridurre i tempi di provisioning dalle passate 3-4 settimane a soli 2 giorni.

Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia
Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia

Parla di partnership strategiche anche Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia, menzionando a sua volta il recente accordo con Vmware . “Il cloud è nella nostra strategia, il cloud Ibrido il nostro modello di riferimento, gli standard aperti il nostro impegno verso i clienti” precisa Leotta ribadendo che con  cloud ibrido il riferimento è un modello in cui servizi IT vengono fruiti come un servizio  sia a livello infrastrutturale, di piattaforma o software  e si integrano operativamente e funzionalmente con le componenti IT on premise presenti all’interno dell’azienda.Come IBM, tutte le nostre decisioni strategiche in ambito cloud sono orientate a favorire la realizzazione di soluzioni Ibride: a livello IaaS, l’offerta Softlayer è alla base del portfolio as a service che  rende disponibili non solo sistemi virtualizzati con un solo tipo di virtualizzatore, ma anche sistemi Bare Metal”fruibili su base oraria o mensile.  A livello PaaS, la scelta è di supportare le tecnologie open, fondamentali per modelli di cloud ibrido e multi-sourced. Per questo abbiamo sviluppato IBM Bluemix, un PaaS basato sulla piattaforma Cloud Foundry. E su Bluemix l’arricchimento ha riguardato l’introduzione di piattaforme innovative per applicazioni cloud come i container Docker, oltre all’ampia disponibilità di servizi IBM a valore, come le soluzioni Cognitive, gli Analytics, l’Internet of Things, ora disponibili come pool di funzioni a consumo”.

Centralità dell’IT, rimane il potere

Con il cloud ibrido i Cio mantegono saldo il loro ruolo decisionale e strategico. Secondo Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC, il cloud ibrido è di fatto lo strumento che consente al dipartimento IT di riconquistare la propria centralità strategica, perché è  l’elemento fondamentale per una trasformazione digitale a costi contenuti, sostenendo che un’organizzazione può incrementare la propria efficienza utilizzando servizi di  cloud pubblici per tutte le operazioni non sensibili e affidarsi al cloud privato esclusivamente in caso di necessità, facendo in modo che tutte le piattaforme siano perfettamente integrate. Un concetto di alternanza che garantisce flessibilità a secondo dei carichi.

Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC
Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC

“Permettendo al carico di lavoro di alternare tra cloud pubblico e privato in base alle esigenze del computing e alla valutazione di costi, il cloud ibrido offre alle aziende più flessibilità e possibilità di sviluppo precisa Bastianon -. Il principale vantaggio del cloud ibrido è legato alla possibilità di spostare in qualsiasi momento le risorse in maniera assolutamente dinamica. Questo significa che è possibile riportare le macchine virtuali e i carichi di lavoro associati, così come le risorse di rete o lo spazio di storage al proprio interno. Riteniamo che il cloud ibrido sia la giusta strada per i dipartimenti IT per essere di nuovo considerati strategici, offrendo agli utenti del business i servizi IT tradizionali di cui hanno bisogno con le infrastrutture, le piattaforme e i servizi software flessibili, sicuri e on-demand desiderati e distribuendo una piattaforma moderna, agile e on-demand in grado di semp lificare lo sviluppo di applicazioni native per il cloud”.

Questo modello che prevede ambienti tradizionali e cloud nel perimetro tecnologico del cliente viene definito da Federco Riboldi, marketing product manager di Fujitsu Italia,  Hybrid IT, “un concetto che a nostro avviso è più vicino alla realtà del mercato” . Quello che infatti Riboldi riscontra è che, esistendo presso i clienti diversi scenari tecnologici, compresi quelli con piattaforme fisiche on premises, si rende necessario un intervento che permetta al cliente il governo di tutte le piattaforme, indipendentemente dal tipo di erogazione e dal provider che le offre.

Federico Riboldi, Marketing product manager Fujitsu Italia
Federico Riboldi, Marketing product manager Fujitsu Italia

“L’approccio di Fujitsu al cloud coincide con le linee guida che hanno portato allo sviluppo di Fujitsu Cloud Service K5. Si tratta di una piattaforma che permette ai clienti di accogliere la trasformazione digitale, combinando i vantaggi economici dell’open source con la solidità dei sistemi aziendali e una grande ricchezza di servizi. Fujitsu sta investendo in modo significativo su questa piattaforma e nei suoi servizi di digitalizzazione, per assicurare che i sistemi legacy possano essere completamente integrati nelle nuove applicazioni cloud-native – continua Riboldi -.  In generale, il nostro approccio si basa su una stretta collaborazione con i clienti, con i quali costruiamo team in cui i nostri esperti, che possono mettere in campo best practice e un know how maturato in ogni parte del mondo, affiancano le risorse interne del cliente, che conoscono a fondo i processi e gli obiettivi dell’organizzazione. È un percorso di co-creation e condivisione che riscuote un successo crescente in ogni parte del mondo, Italia inclusa”.

Open source o open collaboration

In questo percorso di condivisione, cliente e vendor devono sedersi a un tavolo e decidere gli investimenti da fare, cosa ammodernare, cosa mantenere. “Ammodernare il proprio data center per abilitare il cloud ibrido significa poter sfruttare la potenzialità del cloud senza dover intraprendere grandi investimenti in termini di hardware nell’azienda”. 

Andrea Toigo, Direttore Prevendita Server e Storage Emea di Intel Corporation
Andrea Toigo, Direttore Prevendita Server e Storage Emea di Intel Corporation

Un tema che argomenta  Andrea Toigo, Direttore Pre-vendita Server e Storage EMEA di Intel Corporation  Intel, evidenziando il concetto che con il cloud ibrido le aziende hanno a disposizione flessibilità e facile scalabilità per ottimizzare l’offerta dei servizi e per ottenere maggiore efficienza e agilità: L’obiettivo è portare i benefici del cloud alla portata di tutte le aziende – precisa Toigo -. Ammodernare il proprio data center per abilitare il cloud ibrido significa poter sfruttare la potenzialità del cloud senza dover intraprendere grandi investimenti in termini di hardware nell’azienda. Collaboriamo in ambito open source con OpenStack e Linux e con i maggiori software vendor nel settore della virtualizzazione per assicurare prestazioni ottimali per le loro applicazioni cloud. Inoltre, attraverso iniziative come Intel Cloud for All, stiamo estendendo la virtualizzazione dai singoli server all’intero data center tramite SDI, offrendo una rampa d’accesso fondamentale per cloud ibridi maggiormente scalabili”.

L’accento sull’apertura viene anche da Red Hat con la consapevolezza che sebbene il public cloud sia una scelta ideale per determinati scenari, il mercato non è ancora sufficientemente maturo per rispondere a tutte le esigenze delle aziende relativamente alla gestione delle applicazioni business-critical.

Danilo Maggi, Marketing Manager, Red Hat Italia
Danilo Maggi, Marketing Manager Red Hat Italia

“Solitamente le aziende hanno ambienti misti in cui convivono diverse architetture: private cloud, public cloud e ambienti IT tradizionali. Naturalmente, non è sufficiente supportare la differenti piattaforme. Senza uno strumento di management unificato, le organizzazioni IT finirebbero per costruire silos separati, ricreando le stesse policy e gli stessi processi di automazione per ciascuna piattaforma”  precisa Danilo Maggi, Marketing Manager, Red Hat Italia.   Questo strumento unificato di management, una Cloud Management Platform, è ciò che mantiene unite le diverse componenti di una stessa applicazione, indipendentemente dal fatto che siano ospitate su piattaforma scale-up o scale-out, garantendone la consistenza dal momento del provisioning a quello della dismissione. “Un ulteriore aspetto da considerare è l’importanza di disporre di una piattaforma open cloud, che è l’unica in grado di portare innovazione continua all’intero stack IT. Più di ogni altra cosa, infatti open source significa open collaboration. E questo ha permesso di trasformare queste soluzioni da un mero sostituto delle tecnologie proprietarie , magari per soli motivi economici, a piattaforme di riferimento per l’innovazione. Basti pensare al progetto cloud OpenStack”.

 Mantenere il pieno controllo

Gli analisti di tutto il mondo sostengono che collegare gli asset dei data center on premise alle varie risorse distribuite nei cloud pubblici sarà la priorità assoluta per tutto il 2017. Un dato che per Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia, conforta la strategia di Hybrid Cloud di Microsoft: “Il cloud ibrido è la chiave della nostra strategia Cloud e d’altra parte Windows Server 2016 e System Center 2016 nascono per supportare scenari ibridi ed Azure stack è un componente importantissimo in questo contesto, che consentirà alle aziende clienti di sfruttare le potenzialità di Azure direttamente nei propri data center. Una piattaforma che permetterà di lanciare applicazioni e servizi in cloud, mantenendo però il pieno controllo delle macchine e dei dati in essa contenuti”.

Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia
Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia

Con Azure Stack le aziende potranno da un parte dare un valore più strategico ai loro investimenti, combinando i loro applicativi open source con i loro sviluppi su .Net, utilizzando API identiche a quelle a cui sono abituati su Azure all’interno della loro architettura on premise e dall’altra trasformare i loro software in servizi (e di conseguenza i loro modelli di business).  “ll Cloud ibrido crediamo rappresenti la giusta risposta alle richieste della maggior parte delle organizzazioni italiane che vogliono incrementare l’agilità aziendale, consentendo alle varie divisioni IT di estendere l’erogazione di alcuni servizi direttamente in Microsoft Azure, garantendo loro l’opportunità di investire in nuovi acquisti di computing e storage in modo più strategico e a costi contenuti”.

Indirizzare meglio i budget è un punto che accomuna tutti i vendori oltre che la ricerca di semplicità e l’apertura delle soluzioni. Per Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia, strategico è il dialogo tra ciò che è in cloud e ciò che non lo è. Oggi tutte le soluzioni tecnologiche Oracle sono anche in Cloud –  precisa. – Questa è la premessa chiave della nostra offerta in termini di Hybrid Cloud. La suite di servizi è completa, su tutti i livelli tecnologici e applicativi, e analoga a quello che offriamo on premise. Noi promettiamo un hybrid cloud che permetta schiacciando un bottone di trasferire processi e carichi al cloud e soprattutto di tornare indietro con la stessa semplicità: la garanzia è che la piattaforma, aperta e basata su standard, consente il dialogo continuo e sicuro tra quello che si trova dentro e fuori il data center aziendale”.  

Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia
Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia

Da qualche mese Oracle ha introdotto sul mercato la modalità Cloud@Customer ossia un vero e proprio Oracle Cloud installato all’interno del firewall del cliente. “Con Oracle Cloud Machine ed Exadata Cloud Machine l’azienda fruisce di tutti i benefici (tecnologici e finanziari) del Cloud Oracle e lo guida verso una transizione più modulare” .
Per le imprese italiane, scegliere l’hybrid cloud è una opportunità per sperimentare il potenziale di trasformazione profonda del cloud tenendo conto della realtà: ovvero del fatto che sistemi e software on premise non spariranno nel giro di pochi anni, e allo stesso tempo del fatto che la flessibilità e l’agilità del business che il cloud consente è cruciale per rimanere competitivi, così come per valorizzare la capacità di innovazione dei propri reparti IT, consentendo loro di focalizzarsi sul contributo alla crescita del business e meno sulla gestione, manutenzione di una infrastruttura che si fa per forza di cose sempre più ramificata.

Ma quale roadmap devono attuare le aziende per migrare al cloud? Da dove devono incominciare? I consigli nella terza e ultima parte di questa inchiesta, a seguire.

TERZA PARTE: La roadmap cloud

Quando parliamo di cloud, i dati sul mercato abbondano. Sono di questi giorni le previsioni di Idc e di Gartner sull’andamento del mercato del cloud pubblico (in crescita a tendere al 2020) dove la componente infrastrutturale e quella applicativa portano a stimare una crescita che oscilla tra il 18% e il 21% quest’anno. Il cloud ibrido, parte di questa strategia di avvicinamento, vede le aziende impegnate nell’evolvere la propria infrastruttura IT in un modello as a service, in grado di rispettare gli investimenti fatti finora e di integrare la vecchia IT con la nuova, per portare in cloud parte del business.

Un percorso di avvicinamento che, come ha sottolineato la nostra inchiesta nelle due puntate precedenti, vede i clienti preferire soluzioni che conservino l’esistente e nello stesso tempo innovino alcuni processi, dal momento che vogliono sì svecchiare la loro infrastruttura e adottare nuove modalità di business, ma vogliono anche iniziare un processo di digital transformation.
Il livello di adozione del cloud (parte prima dell’inchiesta) e il compromesso del cloud ibrido (parte seconda) devono però trovare un punto comune per evolvere: le aziende devono definire una roadmap verso il cloud, in termini di tempo, tecnologia, investimenti da fare, scelte da attuare. Una roadmap definita con l’aiuto di vendor e cloud provider  da impostare anzitempo, in un viaggio che sostengono in molti celebrerà l’egemonia del cloud pubblico nel 2025, ma che i prossimi cinque anni sarà sbilanciato verso il cloud ibrido, con la coesistenza tra pubblico e privato.

Abbiamo chiesto a nove manager che si occupano di strategie cloud nelle aziende IT  – Fujitsu, Microsoft, Ibm, Red Hat, Intel, Dell Emc, Vmware e Amazon Web Service, Oracle – di  definire una roadmap verso il cloud per clienti e aziende. Il punto di partenza per tutti è un’analisi accurata degli asset che un’azienda ha, tenendo presenti gli obiettivi da raggiungere.

Non trascurare la sicurezza

Spostarsi verso il cloud significa affrontare un percorso di trasformazione complesso che richiede innanzitutto un’analisi strutturata degli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere. Occorre infatti avere ben chiaro cosa si stia cercando nel cloud, se ad esempio si vuole ottenere una riduzione dei costi o se si sta cercando di gestire i rischi legati all’IT.

Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia
Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia

Una volta definiti gli obiettivi – precisa Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italiaoccorre passare a un’analisi che porti a capire quali sono i passaggi da affrontare. Il consiglio è di non soffermarsi sulla sola tecnologia da adottare, ma guardare anche alla sicurezza, alla compliance normativa e alle competenze  delle persone. In caso contrario c’è il rischio di adottare soluzioni tecnologicamente avanzate, ma non gestite e quindi di spostare solo la complessità che invece si aveva in mente di gestire con quelle soluzioni. Solo così, procedendo per passi, si potrà beneficiare della flessibilità e dell’efficienza offerta dall’ambiente cloud”.

In ogni caso, il passaggio al cloud non potrà mai essere immediato, ma qualsiasi trasformazione dovrà  avvenire in maniera graduale e dovrà coinvolgere chi acquista la tecnoglia ma anche le linee di business.  “Noi crediamo che una roadmap di adozione del cloud debba essere presente sulla scrivania di ogni Cio – esordisce Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia -. È fondamentale che le aziende definiscano in primo luogo la propria Cloud Strategy”  con strumenti, pratiche e metodologie per individuare qual è il livello di maturità del proprio IT rispetto all’adozione del cloud e quale siano i workload che, portati in cloud, possano sviluppare i maggiori benefici nell’ambito di una specifica realtà aziendale, con la propria identità tecnologica e organizzativa.

Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia
Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia

“Tutto ciò diventa valore differenziante quando si indirizza la più completa integrazione tra il cloud e le componenti del sistema informativo on premise – precisa Leotta -. I servizi multi-sourced che compongono un sistema informativo ibrido devono poter interagire, scambiare dati, essere controllati e governati in modo omogeneo, con gli stessi strumenti e nel rispetto degli obiettivi di Sla e sicurezza che l’azienda richiede. IBM propone una suite di strumenti per l’automatismo dell’IT, l’orchestrazione dei processi operativi e il brokerage di servizi cloud, la cui scelta, implementazione e messa in opera è realizzata da servizi a valore dedicati”.

Sull’integrazione tra cloud e on premise insiste anche Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia: si tratta di passare da un approccio al cloud di tipo tattico a un approccio di tipo strategico, sempre più connesso a tutti i processi di business, inclusi in prospettiva i processi mission critical.

Luigi Scappin_Oracle Italia
Luigi Scappin_Oracle Italia

“I tempi sono ormai maturi e le aziende sembra che lo abbiamo compreso – racconta -. Integrare cloud e on premise e cloud con cloud, estendere le applicazioni Cloud con servizi evoluti grazie al PaaS, sfruttare lo sviluppo Dev Ops per aumentare performance, affidabilità, agilità e innovazione sono le vere potenzialità di una strategia cloud matura che consente alle aziende di trasformarsi in ottica digitale. Un’evoluzione possibile perché oggi ci sono tutte le garanzie di sicurezza e protezione dei dati e tutti gli strumenti per fare in modo che si possa ridurre il carico sui dipartimenti IT che la trasformazione digitale porta in termini di risorse, complessità e governance”.
Secondo Scappin le aziende che vogliano sfruttare davvero al 100% il cloud per crescere non devono temere di affrontare anche la trasformazione digitale delle loro applicazioni e dei servizi critici. Così come non devono temere che le performance non siano adeguate alle loro esigenze anche per le richieste più severe in termini di sicurezza, affidabilità, potenza di calcolo. “Per garantire questo salto stiamo espandendo rapidamente la realizzazione dei nostri data center dedicati esclusivamente alle necessità cloud dei nostri clienti in tutto il mondo, abbiamo appena annunciato al Cloud World a New York che nei prossimi sei mesi saranno online due nuove strutture in Europa, a Londra e Francoforte precisa Scappin.

Consulenza e analisi

Lo avevano evidenziato anche i nostri lettori che affidarsi a un cloud provider o a un system integrator è la prima mossa che fanno nel percorso verso il cloud. Perché anche i framework più puntuali hanno bisogno di essere calati in ogni realtà e l’analisi dell’esistente e l’implementazione della soluzione viene guidata da partner esperti.

inchiesta 4

“Certamente anche la scelta del giusto partner a cui affidarsi fa la differenza, ed è per questo che come Microsoft investiamo fortemente nella preparazione del nostro ecosistema da una parte e dall’altra stiamo lavorando alla creazione di un nuovo Microsoft Technology Center nella nuova Microsoft House, un centro esperienziale e un luogo di condivisione per fare vivere ai partner stessi e alle aziende clienti scenari d’innovazione – precisa   Roberto Andreoli,  Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia – . Sicuramente nel definire una roadmap, in una fase iniziale suggerirei la migrazione sul cloud delle macchine virtuali per operazioni ad esempio di backup e disaster recovery.  Successivamente suggerirei di passare a un’evoluzione del modello di business, per sfruttare il cloud come abilitatore di crescita e di competitività”.

Uno degli approcci più diffusi è quello di definire un framework per il passaggio al cloud, che imposti fasi precise partendo dall’analisi dell’esistente.  “È quello che facciamo ogni giorno quando incontriamo nuovi potenziali clienti – precisa Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, Amazon Web Services  -:  come prima cosa spieghiamo loro che il cloud offre la grande opportunità di analizzare e ripensare il modo in cui l’IT opera all’interno della propria organizzazione e così, il percorso d’innovazione, diventa un vero e proprio esercizio di gestione del cambiamento. Benché il cammino verso il cloud sia unico per ogni organizzazione, esistono modelli e best practice comuni che abbiamo sintetizzato nell’approccio che chiamiamo AWS Cloud Adoption Framework”.

Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, AWS
Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, AWS

Sia che un’azienda desideri definire una tabella di marcia per la transizione verso il cloud computing, per la trasformazione dello sviluppo delle applicazioni o per la distribuzione di carichi di lavoro mission critical in scala, il framework offre linee guida prescrittive, a seconda di alcuni fattori importanti  presi in considerazione insieme al cliente. Come per esempio, le dimensioni e l’organizzazione dell’azienda,  la sua maturità operativa, la cultura aziendale e se, per esempio, si tratta di una startup o di una realtà affermata.   “A seconda del caso specifico, AWS va a presentare al cliente quelle che sono le opzioni più adatte, quali vantaggi, in termini di riduzione di costi, di maggiore allineamento dell’IT alla strategia business, di maggiore agilità e flessibilità dell’azienda, ciascuna soluzione è in grado di assicurare”– puntualizza Poccia -. Perché il fatto che ci saranno dei vantaggi, sia nell’immediato che nel lungo termine, non si discute”  .

RedHat invece,  per una corretta migrazione dell’ambiente operativo, spinge attraverso la  divisione Red Hat Consulting un approccio olistico e sperimentato, che permette di modernizzare e semplificare l’infrastruttura e un framework che definisce quattro fasi  da seguire.

Danilo Maggi, Marketing Manager, Red Hat Italia
Danilo Maggi, Marketing Manager Red Hat Italia

Si tratta di una metodologia già utilizzata con successo da aziende di tutto il mondo di ogni dimensione e settore per la migrazione di datacenter, macchine virtuali  e team IT responsabili di applicazioni e test –  precisa Danilo Maggi, Marketing Manager, Red Hat Italia -. Integrando non soltanto la tecnologia, ma anche le competenze dei professionisti e i processi della organizzazione del cliente, viene definito insieme un piano per adattare le applicazioni al cloud. Questo framework, strutturato ed iterativo, permette di conseguire risultati immediati, concentrandosi su quattro fasi principali: analisi, progettazione, deployment e supporto”.  

L’analisi dell’infrastruttura

Secondo Intel, il percorso verso il cloud inizia con la modernizzazione dell’infrastruttura server basata sulla virtualizzazione e su strumenti pronti per il cloud.Dotarsi di una infrastruttura definita da software è fondamentaleAndrea Toigo, Direttore Pre-vendita Server e Storage Emea di Intel Corporation -. Il secondo passo è l’analisi di quali sono le informazioni, gli strumenti e le applicazioni che devono risiedere in azienda e quali invece possono essere portate nel cloud, per poi definire qual è la migliore infrastruttura per lo scambio delle informazioni e quale la possibilità di espansione della infrastruttura interna verso il cloud, sia open source che offerta da software vendor”.

Puntano su soluzioni integrate e tecnologie, più che su metodologie, Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC e Federico Riboldi, marketing product manager di Fujitsu Italia. “In particolare su Enterprise Hybrid Cloud – precisa Bastianon una soluzione pensata per aiutare le organizzazioni ad accelerare il processo di trasformazione atto a rendere agili i tradizionali processi IT e workflow, riducendo significativamente il rischio e abbassando il costo IT. Questa soluzione integrata utilizza le migliori tecnologie Dell per ogni tassello di una roadmap cloud”. Mentre Federico Riboldi sottolinea che “più che una roadmap, abbiamo semplificato in generale il passaggio delle aziende verso il cloud grazie al lancio di due tecnologie abilitanti: Fujitsu Digital Business Platform MetaArc e Fujitsu Cloud Service K5,  grazie ai quali è possibile supportare le aziende nel ridurre la complessità e i rischi della gestione dell’ambiente Hybrid IT e  rendere  possibile la trasformazione digitale attraverso l’integrazione di ambienti IT tradizionali con le nuove tecnologie basate sul cloud, basato su Openstack e integra anche la tecnologia VMWare”.

Non è solo questione di tecnologia il passaggio al cloud. Questo è chiaro in tutte le roadmap, perché sradica parte dell’esistente, obbliga a svecchiare e a investire sulla trasformazione, decidendo di affidare asset a cloud provider pagati a servizio erogato. Un modello che garantisce scalabilità, agilità, riduzione dei costi, velocità di implementazione dei processi e time to market, obiettivi che i clienti ricercano. Ad oggi le aziende hanno in cloud solo il 5% dei workload strategici, un dato conservativo, destinato ad aumentare nei prossimi anni. L’accento su sicurezza e compliance, ormai aspetti integrati del cloud dal silico, non possono che ridurre anche le ultime resistenze sullo spostamento dei carichi di lavoro più critici.