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Juniper, spinta sull’open networking

Direttore responsabile di Silicon, ITespresso, ChannelBiz e Ubergizmo dalla nascita, ama analizzare le dinamiche del mercato IT e le strategie dei vendor. Scrive da più di vent'anni di tecnologie, acquisizioni, hardware e software. Modera convegni e seminari. In passato ha diretto Techweekeurope, Gizmodo, Vnunet, PC Magazine e PC Dealer, iniziando il percorso professionale a Computerworld Italia dopo la laurea.

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A Londra Rami Rahim, Ceo di Juniper, parla di rete aperta e sicura, di automazione di processi che fanno bene agli economics, della fine di layer separati. Punta a una “coesione digitale” per orchestrare computing, storage, sicurezza e network in un tutt’uno. Una ricerca europea realizzata da Loudhouse Research evidenza l’attenzione dei Cio all’open networking

E’ a Londra che Rami Rahim, Ceo di Juniper Networks dal novembre 2014, fa il punto sulla strategia dell’azienda che sta lavorando per portare la trasformazione delle reti all’interno dei processi di business. La rete, come elemento imprescindibile degli scenari che i nuovi Cio devono definire per le loro aziende, in cui migliorare e ottimizzare i processi.
Il punto di forza rispetto al passato è la spinta decisiva sull’open networking, una rete “aperta e intelligente” che  gestisca elementi come la sicurezza, l’automazione e l’interoperabilità delle reti di prossima decade. Il tutto poggiando su tecnologie di Software Defined Network (SDN) e di Network Functions Virtualization (NFV) per creare ambiti aperti di open networking.
Crediamo che Juniper possa dare un contributo significativo verso l’innovazione che tutte le aziende stanno vivendo. Possa costruire più che una rete – precisa Rahim -. E’ tempo di adottare nuovi modelli di business mai applicati, che prendano in considerazione i molteplici  punti di accesso alla tecnologia (car, smartphone, IOT) resi possibili grazie al cloud. Per tutti, anche per i nostri competitor, il business è sotto pressione”. Da una rete che propone servizi puntuali e statici del passato, a una rete dove i servizi diventano dinamici, predittivi e autonomi.

juniper-open-automationA tendere secondo Juniper ci saranno “mega service provider” che metteranno insieme tutte le informazioni riguardanti gli utenti per renderle disponibili in modo utile e per gestire il futuro dei servizi in modo automatizzato. Ma purtroppo ci sono barriere a questo processo di coesione, è necessario che si facciano passi avanti e che i diversi paesi adottino normative, standard e politiche che riguardino anche l’aspetto della sicurezza. “Abbiamo molto da fare sia come industria sia come azienda per rendere disponibile questa innovazione futura” precisa Rahim.

Le barriere alla “coesione digitale”, alla base dell’open networking, sono essenzialmente quattro, secondo Rahim, ma tutte hanno una via di uscita.
La prima barriera è il limite dettato dalle performance di computing, storage e networking, ma oggi ci sono hyperscale datacenter dove compute e storage sono in grado di gestire le pressioni esterne ed “è strategica la parte di network in questo processo di scale out che permette di migliorare le performance”.
La seconda barriera sono gli economics: molti Cio vogliono mantenere infrastrutture legacy per una questione di costi, senza valutare che l’automazione sarà la prossima miglioria nel networking, che riduce il costo per unità di rete, computing e e storage. “Grazie a machine learning e big data si possono impostare self-driving network, che creano adaptive network, predittive ed efficienti, senza richiede l’intervento  umano” precisa Rahim.
juniper-cohesion2La terza barriere è l’interoperabilità tra layer diversi “insufficiente oggi – precisa in Ceo -. Dobbiamo avere un linguaggio comune per le apps a ogni layer applicativo, per portare l’interoperabilità a un livello mai raggiunto”.
L’ultima barriera è la fiducia dei clienti, minata spesso da timori legati alla sicurezza. “Per aumentare la fiducia tra application provider, network e data, dobbiamo lavorare sul concetto di sicurezza. Noi crediamo fondamentale che ogni elemento delle rete abbia in sé la sicurezza, perché il perimetro è scomparso e il nuovo approccio è il Software Defined Secure Network (SDSN). E’ la security automation che può aiutare ogni singola parte della rete ad essere protetta”.  E precisa a questo proposito Lee Fisher, Director Security Emea:  “L’apertura non è contraria alla sicurezza: architetture aperte non significano che siano aperte alle vulnerabilità. Così come open networking non significa che abbiamo reti non sicure. La sicurezza è costruita dentro la rete.

juniper-infograficaE’ James Morgan, Vice President UK, Ireland & Global Key Accounts, che sintetizza la definizione di open networking,  basato sul concetto di de-layering, con piattaforme realizzate su standard, dove le funzionalità e le applicazioni possono essere eseguite ovunque all’interno dell’infrastruttura e in sicurezza, dove la sicurezza è pervasiva e integrata. “In un mondo in cui computer, storage, network e security convergono, le barriere dettate dai layer sono scomparse precisa Morgan -.  Bisogna analizzare i tre passaggi avvenuti in queste decadi: da un mondo legacy dove i layer non comunicavano tra di loro con uno forte lock-in, al mondo attuale dove i diversi layer che gestiscono applicazioni, capacità computazionale, storage, sicurezza e network  comunicano con il layer superiore, al prossimo  mondo in cui non ci sarà più separazione tra i layer, tra livelli di app, compute, storage, security, network”:

Per tastare il mercato e indagare la consapevolezza da parte dei Cio sull’impatto delle reti aperte e intelligenti, Juniper ha commissionato una ricerca a Loudhouse Research, realizzata lo scorso agosto, che ha coinvolto 800 decisori IT europei in Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna, Svezia, Gran Bretagna di grandi aziende con 1.000-5.000 dipendenti (pubblica amministrazione, sanità, distribuzione, media, utilities, industry, trasporti e logistica).
Sebbene l’82% degli intervistati manifesti la  necessità di gestire le nuove richieste per la rete, creando nuove sfide per la funzione IT, è perfettamente consapevole delle crescenti pressioni a cui sono sottoposte le reti nel processo di trasformazione digitale.
Vi è un forte entusiasmo per l’open networking – afferma Morgan -:  l’83% degli intervistati esprime il proprio supporto per queste iniziative. Anche tra coloro che non sono ancora impegnati attivamente, il 68% dice che la sua azienda muterà atteggiamento nei prossimi 36 mesi. Il 78%, infine, è convinto che l’open networking rappresenti un approccio più flessibile all’IT e più in linea con gli obiettivi aziendali”.

Le preoccupazioni non mancano (e ricalcano in parte quelle evidenziate da Rahim), a partire dalla sicurezza e dalla compliance alle normative (citate dal 43% del campione), alla mancanza di competenze specifiche nella gestione di reti software driven automatizzate (34%) e alle difficoltà di integrazione con le architetture esistenti legacy (32%) .
La formazione su SDN/NTF rimane strategica per il 53% degli intervistati, anche se  il 47% ha citato la maturazione della tecnologia come fattore che di per sé può ridurre i rischi. In linea con l’impostazione open automation, anche la risposta del 45% del campione che auspica una maggiore adozione degli standard, ritenendo importante la relazione con i partner per implementare le nuove tecnologie (strategiche per il 38%).

Si lavora sull’apertura anche con il progetto OpenLabs Emea, rimasto in incubazione per diversi anni e che oggi coinvolge diversi paesi per definire la prossima generazione di tecnologie alla base di una robusta suite di servizi professionali e di training automatizzati. “Stiamo portando il programma OpenLab in sette città nei prossimi sei mesi:  Bridgewater, Silicon Valley, Amsterdam, London, Tokyo, Singapore, Sydney – precisa  Mike Marcellin, CMO di OpenLabs Emea -. Il 10 ottobre aprirà a Londra, l’8 novembre a Amsterdam”. Una roadmap avviata.