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Venturi: HPE torna alle origini, pronta a lasciare i servizi

Direttore responsabile di Silicon, ITespresso, ChannelBiz e Ubergizmo dalla nascita, ama analizzare le dinamiche del mercato IT e le strategie dei vendor. Scrive da più di vent'anni di tecnologie, acquisizioni, hardware e software. Modera convegni e seminari. In passato ha diretto Techweekeurope, Gizmodo, Vnunet, PC Magazine e PC Dealer, iniziando il percorso professionale a Computerworld Italia dopo la laurea.

Stefano Venturi, corporate VP e amministratore delegato di Hewlett Packard Enterprise in Italia, commenta il prossimo “spinoff & merge” tra HPE Services e CSC, e ribadisce che HPE nel 2017 torna alle origini. Anche scorporando il software

Ama ripercorrere il passato Stefano Venturi, corporate VP e amministratore delegato di Hewlett Packard Enterprise Italia, prima di guardare al 2017, anno in cui anche la cessione della divisioni Hewlett Packard Enterprise Services a CSC (che ama definire uno “spinoff & merge”) andrà a regime, così come si completerà la fusione degli asset software con Micro Focus . “Una serie di innovazioni fanno di HP un innovatore lungo tutta la sua storia – esordisce – a partire dalla prima scelta un po’ controcorrente di mettere Linux sui grandi server, nei data center. Una scelta non ovvia ai tempi, perché la storia dei grandi vendor è da sempre quella di creare isole proprietarie in qualsiasi tecnologia, per avere un  proprio sistema informativo o proprio protocollo di comunicazione. Per HP proporre Linux fu una scelta senza ritorno che cambiò la cultura dell’azienda e da allora ha iniziato la sua corsa”.

Stefano Venturi, Corporate Vp e amministratore delegato gruppo Hewlett Packard Enterprise in Italia
Stefano Venturi, corporate Vp e amministratore delegato di Hewlett Packard Enterprise in Italia

Una foto del passato per introdurre un anno definito di “ritorno alle origini”dopo la scissione della divisione pc e stampanti che ha avuto una buona risposta da parte della borsa (“siamo una vera public company con azionisti diffusi senza nessuno di riferimento”) e la focalizzazione su tre aree tecnologiche, rimaste a portafoglio HPE: tecnologie di datacenter e networking, servizi e software.

Tre anime che si trasformeranno nel corso del 2017.

Perché la separazione delle parte HPE Services annunciata lo scorso maggio diventerà effettiva dal  1 aprile 2017 e la nuova realtà – che nascerà dal merge di Hewlett Packard Enterprise Services e CSC – sarà una realtà separata, a se stante, anche se da sempre la divisione HPE Services (eredità della difficile acquisizione del gigante EDS) operava con estrema autonomia, offrendo i suoi servizi di consulenza su un ampio spettro di vendor. “La separazione della divisione Servizi riguarderà circa 150.000 persone nel mondo, ma sarà uno spinoff & merge con CSC, perché i 2/3 della nuova azienda è la nostra componente, oggi in utile, non come cinque anni fa, cioé prima che arrivasse in azienda Meg Whitman. Oggi la divisione è profittevole del 10,6%”. 
In Italia lo spinoff & merge riguarderà un migliaio di persone che traslocheranno nella nuova azienda di servizi  (“seconda solo ad Accenture, con uno spostamento maggiore nel mondo del public sector”) e dal 1 aprile opererà con un nuovo brand ancora in via di definizione. “La cessione del ramo Servizi è stata fatta per 8 miliardi di dollari. Il 50% delle azioni della nuova azienda verrà distribuito ai singoli azionisti, a HPE verrà dato solo 1,5 miliardi, rispecchiando l’etica di vera public company” ma la nuova realtà dovrebbe sviluppare un fatturato di 26 miliardi di dollari con un parco clienti di 5.000 aziende presenti in 70 paesi.

Simile il percorso della parte Software, acquisita da Micro Focus, che inizierà ad operare ad agosto (“anche in questo caso i 2/3 del business del nuovo conglomerato sarà fatto da nostre tecnologie”) e che porterà in dote le attività  di HPE catalogate come Application Delivery Management, Big Data, Enterprise Security, Information Management & Governance e IT Operations Management (in pratica Mercury Interactive, Vertica e Autonomy).  L’operazione creerà  una software house con un giro d’affari previsto di circa 4,5 miliardi di dollari l’anno, che avrà sempre il nome Micro Focus, ma controllata al 51% da HPE.

Meg Whitman, CEO di HPE
Meg Whitman, CEO di Hewlett Packard Enterprise

Ma perché vendere adesso le due divisioni tornate dopo anni in attivo? “Non è stata una necessità – precisa Venturi – ma una scelta. Risanate le business unit  e rese profittevoli, le abbiamo vendute con un valore importante per gli azionisti e per una ragione strategica. Ogni qualvolta c’è  una accelerazione del mercato, vince chi si specializza. Quando la complessità tecnologica aumenta bisogna focalizzarsi e, anche se divisioni profittevoli, abbiamo deciso di focalizzarci sulla tecnologia che secondo noi oggi guida questa accelerazione”

Il riferimento è all’offerta ribadita durante il recente HPE Discover di Londra, che vede tecnologia in ambito Data Center e Cloud ibrido al centro, con attenzione sul progetto The Machine che vuole rivoluzionare il concetto di potenza di calcolo e sfruttare il memory-driven computing, sulla composable infrastructure con i sistemi HPE Synergy, oltre che sull’adozione della tecnologia all-flash con costi di storage più accessibili per modelli di cloud ibrido.  “Saranno tre le forze che caratterizzeranno i prossimi anni e che accelereranno: IoT, Big Data e Cloud, con una potenza elaborativa non più scarsa ma infinita – precisa Venturi -.  Oggi grazie al cloud si può mettere a disposizione di tutti l’economia delle idee, in un mondo ibrido in cui la necessità di elaborare i dati salirà in modo esponenziale, e la raccolta dei dati stessi dovrà essere fatta in modo intelligente già in periferia, prima che arrivi al centro”. 

The Machine
Il progetto he Machine

Si arriverà a una smart grid dei data center, offrendo la possibilità di scambiarsi disponibilità residua di potenza grazie a tecnologie fluide. La visione è quella di offrire potenza elaborativa residua e capacità di computing a tutti, con costi marginali: “questa è l’idea sulla quale ci stiamo focalizzando” precisa il manager,  valorizzando anche la comunità di partner Cloud 28+, nata due anni e mezzo  fa e in crescita, che mette in relazione i clienti con un ecosistema aperto di cloud provider per eliminare gli ostacoli nell’adozione del cloud:  una community che oggi comprende 330 partner di HPE tra system integrator, distributori , service provider, ISV e VAR con un catalogo di 1.300 servizi tra IaaS, PaaS e SaaS.

Una community che in qualche modo fa propria anche  la cultura di HPE. “La cultura è tutto in un’azienda, è importante – conclude Venturi -.  Whitman, da poco in azienda, mi disse che uno dei punti del suo programma era riportare al centro di HP la cultura fondativa dei due padri Hewlett e  Packard, e che lavorare in HP non era solo rilanciare e rifocalizzare un gruppo di persone ma ritornare alle origini facendo gli ingegneri e innovazione di alto livello”.  Ripartire dalla tecnologia.