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Veeam: c’è un “availability gap” nei datacenter aziendali

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Secondo un’analisi di Veeam Software le aziende si danno obiettivi di disponibilità che spesso non riescono a soddisfare. Con conseguenze spiacevoli.

La disponibilità di dati e applicazioni è ovviamente essenziale per la business continuity ma sembra che le aziende non siano in grado di raggiungere in questo gli obiettivi che esse stesse si sono poste. È questo in sintesi uno dei principali risultati dell’Availability Report di Veaam Software, realizzato intervistando oltre 1.100 IT manager di varie nazioni tra cui anche l’Italia. Secondo l’indagine, la larga maggioranza (84 percento) degli intervistati ritiene che ci sia un divario tra ciò che l’IT può offrire e le richieste degli utenti in termini di disponibilità di dati e applicazioni.

Questo non vuol dire che le aziende non abbiano lavorato in tal senso. Stanno invece modernizzando i loro datacenter – o hanno intenzione di farlo in un prossimo futuro – e virtualizzazione (85 percento di citazioni) e backup (80 percento) sono tra le aree più segnalate come da aggiornare a questo proposito. Tra gli altri elementi di modernizzazione dei data center ci sono anche il ripristino ad alta velocità (59 percento di citazioni) e l’eliminazione della possibilità di perdita dei dati (57 percento). Questo anche perché nel corso degli ultimi due anni le aziende hanno aumentato i requisiti degli SLA proprio per ridurre al minimo i tempi di downtime delle applicazioni e per garantire l’accesso ai dati.

Lo schema di funzionamento della Cloud Connect Replication
Lo schema di funzionamento della funzione Cloud Connect Replication dei software Veeam

Dalla teoria della “high availability” alla pratica il passo non è breve. Gli SLA per i Recovery Time Objective (RTO) sono mediamente fissati a 1,6 ore ma gli intervistati ammettono che in realtà il ripristino impiega 3 ore. Allo stesso modo, gli SLA per Recovery Point Objective (RPO) sono di 2,9 ore ma il tempo effettivo è di 4,2 ore. Gli intervistati riferiscono che presso la propria azienda, in media, avvengono 15 episodi di downtime non pianificati all’anno. Inoltre la durata del downtime non pianificato delle applicazioni mission-critical è aumentata da 1,4 ore a 1,9 ore anno su anno, mentre per le applicazioni non mission-critical la durata del downtime è passata da 4 a 5,8 ore.

Il potenziale impatto di questo divario tra gli obiettivi di disponibilità e la realtà dei fatti è rilevante. Il costo medio all’ora del downtime di un’applicazione mission-critical è stimato in poco meno di 80 mila dollari, che salgono a 90 mila per il costo medio della relativa perdita di dati. Quando si tratta di applicazioni non mission-critical si “risparmia” un po’ e il costo medio orario è intorno ai 50 mila dollari in entrambi i casi.

Ma non c’è solo il costo diretto: secondo il campione dell’indagine il downtime non pianificato o prolungato porta anche danni non economici come perdita di fiducia dei clienti (68 percento di citazioni), danni al brand aziendale (62 percento) e perdita di fiducia dei dipendenti (51 percento).