CloudIaasPaasSaas

Il “compromesso” del cloud ibrido, continua l’inchiesta di Silicon

Direttore responsabile di Silicon, ITespresso, ChannelBiz e Ubergizmo dalla nascita, ama analizzare le dinamiche del mercato IT e le strategie dei vendor. Scrive da più di vent'anni di tecnologie, acquisizioni, hardware e software. Modera convegni e seminari. In passato ha diretto Techweekeurope, Gizmodo, Vnunet, PC Magazine e PC Dealer, iniziando il percorso professionale a Computerworld Italia dopo la laurea.

Parte seconda – Se il cloud ibrido è la direzione, non devono mancare partnership e tecnologie. Come le aziende devono muoversi lo abbiamo chiesto a Oracle, Microsoft, Ibm, Red Hat, Fujitsu, Intel, Dell Emc, Vmware e Amazon Web Services che mettono in campo strumenti per spingere la coesistenza

Di cloud non se ne può più fare a meno. Lo dicono i nostri lettori (lo adottano nel 62% dei casi), lo dicono le aziende che quando  parlano di cloud spingono verso soluzioni ibride che possono trovare compromessi migliori nelle aziende. Si perché il cloud nasce spesso come un compromesso, tra la necessità di cambiare e di impostare un percorso di business che preveda la trasformazione degli asset digitali (digital transformation)  e la necessità di tenere alcuni asset in modalità privata, on premises, sia per reticenza, timori di sicurezza, budget da gestire in tempi diversi. Aspetti che abbiamo evidenziato nella prima parte della nostra inchiesta (che cercava di fare il punto sul livello di adozione del cloud in Italia, secondo lettori e vendor): il fatto che molti manager ragionino step by step porta a pensare al cloud come a un servizio componibile che cresce nel tempo e risponda via via a esigenze diverse. I vendor lo hanno ribadito: c’è oggi maggiore consapevolezza nelle aziende per fare evolvere la loro infrastruttura IT in un modello pagabile all’effettivo utilizzo ma c’è ancora bisogno di formazione e di diffusione di una vera cultura digitale.
C’è una certa resistenza  perché alcuni soluzioni sono complesse da implementare e il proliferare di proposte frammentate non aiuta. Integrare il vecchio con il nuovo è un primo passo necessario, prima di portare in cloud gli asset mission critical.
Per guidare questo percorso abbiamo chiesto ad alcune aziende (Oracle, Microsoft, Ibm, Red Hat, Fujitsu, Intel, Dell Emc, Vmware e Amazon Web Service) quali sono gli strumenti concreti per sdoganare il cloud anche nelle piccole e medie imprese, che a detta di tutti sono ancora le più restie.  Un cloud ibrido non è, quindi, semplicemente la coesistenza di un cloud pubblico e privato, ma la gestione integrata e orchestrata di entrambi da parte del dipartimento IT, a beneficio dell’intera organizzazione.

inchiesta 1 - prima domanda

Accento sulle partnership

Quello verso il cloud è un percorso che non può essere fatto da soli. Non solo le aziende si affidano a cloud provider per la realizzazione di pezzi di cloud, ma anche gli stessi vendor hanno la necessità di fare partnership per permettere alle loro tecnoglie di supportarsi a vicenda, di girare ognuna nel cuore dell’altra. “Quella del cloud ibrido è la scelta verso cui si stanno orientando le aziende proprio perché coniuga diverse esigenze – sostiene Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia  -. Come VMware, lavoriamo su più fronti per offrire e strumenti concreti: da un lato siamo impegnati per rendere i data center sempre più efficienti in termini di agilità e di economics. Dall’altro per rendere l’accesso al cloud sempre più semplice, sia che si tratti di cloud VMware sia che si tratti di cloud pubblico”.  

Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia
Luca Zerminiani, Senior Systems Engineering Manager VMware Italia

Due passaggi che prevedono delle partnership come quelle siglate recentemente da VMware, nell’ottica di aiutare i clienti a facilitare l’accesso al cloud: la prima con IBM, che porta  nella sua  rete globale di 48 data center  l’offerta VMware Cloud Foundation (la piattaforma unificata che integra VMware vSphere, VMware Virtual SAN e le tecnologie di virtualizzazione NSX come servizio), la seconda con Amazon Web Services che permette ai clienti di far girare le applicazioni in ambienti cloud privati, pubblici e ibridi basati su VMware vSphere. VMware Cloud on AWS lascia ai clienti di VMware la possibilità di utilizzare  gli strumenti VMware per sfruttare la presenza globale di AWS e l’ampiezza dei servizi, compreso lo storage, i database e gli analytics – continua Zerminiani -. VMware Cloud on AWS fornisce l’accesso alla gamma completa di servizi di AWS, insieme con la funzionalità, l’elasticità, e la sicurezza che i clienti si aspettano dal cloud AWS” .

E’ proprio  Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist di Amazon Web Services, a commentare come nel panorama del cloud le partneship spingano la scelta del cloud ibrido e come la scelta di un’architettura ibrida permetta di ottenere il massimo dal cloud, senza rinunciare agli investimenti preesistenti, perché  la maggior parte delle imprese ha fatto in passato investimenti IT che ancora garantiscono benefici e che tendenzialmente nessuna azienda può cambiare  dal giorno alla notte. “Per questa ragione abbiamo pensato ad alcuni servizi  che diano la possibilità ai clienti di utilizzare sia le loro infrastrutture esistenti che i servizi sulla nuvola AWS – precisa Poccia –. Abbiamo sviluppato il più ampio e approfondito set di funzionalità per l’architettura ibrida così da permettere  qualsiasi cosa”.  Dall’integrazione del controllo dei network, della sicurezza e dell’accesso, all’automatizzazione della migrazione dei carichi di lavoro, fino alla possibilità di controllare AWS dai propri strumenti di gestione on-premise.  

Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, AWS
Danilo Poccia, EMEA Technical Evangelist, AWS

Uno strumento adottato dai clienti enterprise è AWS Direct Connect, per realizzare una connessione privata tra AWS e il data center di lavoro, l’ufficio o qualsiai altro ambiente prescelto, portando una riduzione dei costi di rete,  un aumento del volume della banda e una migliore esperienza d’uso. “Siamo in grado di installare e rendere operativo un centro di eccellenza basato su un’architettura ibrida nel giro di pochissimo tempo – sostiene Poccia -. Facciamo di tutto per far capire al cliente l’importanza di abbracciare una politica aziendale che introduca un approccio cloud-first. E’ importante che i nuovi sistemi di cui l’azienda si doterà dovranno essere nativi cloud”.
Un esempio di questo approccio al cloud ibrido è dato proprio dal caso Enel, che sta usando il cloud di AWS come leva di trasformazione  per abilitare l’innovazione, supportare i  clienti e ridurre i costi dell’IT. Secondo i dati rilasciati da Poccia, la migrazione su AWS permette a Enel di ridurre i costi fino al 20% per la potenza di calcolo e del 60% per lo  storage, oltre che ridurre i tempi di provisioning dalle passate 3-4 settimane a soli 2 giorni.

Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia
Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia

Parla di partnership strategiche anche Vito Leotta, Cloud Services Manager di IBM Italia, menzionando a sua volta il recente accordo con Vmware . “Il cloud è nella nostra strategia, il cloud Ibrido il nostro modello di riferimento, gli standard aperti il nostro impegno verso i clienti” precisa Leotta ribadendo che con  cloud ibrido il riferimento è un modello in cui servizi IT vengono fruiti come un servizio  sia a livello infrastrutturale, di piattaforma o software  e si integrano operativamente e funzionalmente con le componenti IT on premise presenti all’interno dell’azienda.Come IBM, tutte le nostre decisioni strategiche in ambito cloud sono orientate a favorire la realizzazione di soluzioni Ibride: a livello IaaS, l’offerta Softlayer è alla base del portfolio as a service che  rende disponibili non solo sistemi virtualizzati con un solo tipo di virtualizzatore, ma anche sistemi Bare Metal”fruibili su base oraria o mensile.  A livello PaaS, la scelta è di supportare le tecnologie open, fondamentali per modelli di cloud ibrido e multi-sourced. Per questo abbiamo sviluppato IBM Bluemix, un PaaS basato sulla piattaforma Cloud Foundry. E su Bluemix l’arricchimento ha riguardato l’introduzione di piattaforme innovative per applicazioni cloud come i container Docker, oltre all’ampia disponibilità di servizi IBM a valore, come le soluzioni Cognitive, gli Analytics, l’Internet of Things, ora disponibili come pool di funzioni a consumo”.

Centralità dell’IT, nessuna perdita di potere

Con il cloud ibrido i Cio mantegono saldo il loro ruolo decisionale e strategico. Secondo Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC, il cloud ibrido è di fatto lo strumento che consente al dipartimento IT di riconquistare la propria centralità strategica, perché è  l’elemento fondamentale per una trasformazione digitale a costi contenuti, sostenendo che un’organizzazione può incrementare la propria efficienza utilizzando servizi di  cloud pubblici per tutte le operazioni non sensibili e affidarsi al cloud privato esclusivamente in caso di necessità, facendo in modo che tutte le piattaforme siano perfettamente integrate. Un concetto di alternanza che garantisce flessibilità a secondo dei carichi.

Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC
Alberto Bastianon, Pre-sales manager Dell EMC

“Permettendo al carico di lavoro di alternare tra cloud pubblico e privato in base alle esigenze del computing e alla valutazione di costi, il cloud ibrido offre alle aziende più flessibilità e possibilità di sviluppo precisa Bastianon -. Il principale vantaggio del cloud ibrido è legato alla possibilità di spostare in qualsiasi momento le risorse in maniera assolutamente dinamica. Questo significa che è possibile riportare le macchine virtuali e i carichi di lavoro associati, così come le risorse di rete o lo spazio di storage al proprio interno. Riteniamo che il cloud ibrido sia la giusta strada per i dipartimenti IT per essere di nuovo considerati strategici, offrendo agli utenti del business i servizi IT tradizionali di cui hanno bisogno con le infrastrutture, le piattaforme e i servizi software flessibili, sicuri e on-demand desiderati e distribuendo una piattaforma moderna, agile e on-demand in grado di semp lificare lo sviluppo di applicazioni native per il cloud”.

Questo modello che prevede ambienti tradizionali e cloud nel perimetro tecnologico del cliente viene definito da Federco Riboldi, marketing product manager di Fujitsu Italia,  Hybrid IT, “un concetto che a nostro avviso è più vicino alla realtà del mercato” . Quello che infatti Riboldi riscontra è che, esistendo presso i clienti diversi scenari tecnologici, compresi quelli con piattaforme fisiche on premises, si rende necessario un intervento che permetta al cliente il governo di tutte le piattaforme, indipendentemente dal tipo di erogazione e dal provider che le offre.

Federico Riboldi, Marketing product manager Fujitsu Italia
Federico Riboldi, Marketing product manager Fujitsu Italia

“L’approccio di Fujitsu al cloud coincide con le linee guida che hanno portato allo sviluppo di Fujitsu Cloud Service K5. Si tratta di una piattaforma che permette ai clienti di accogliere la trasformazione digitale, combinando i vantaggi economici dell’open source con la solidità dei sistemi aziendali e una grande ricchezza di servizi. Fujitsu sta investendo in modo significativo su questa piattaforma e nei suoi servizi di digitalizzazione, per assicurare che i sistemi legacy possano essere completamente integrati nelle nuove applicazioni cloud-native – continua Riboldi -.  In generale, il nostro approccio si basa su una stretta collaborazione con i clienti, con i quali costruiamo team in cui i nostri esperti, che possono mettere in campo best practice e un know how maturato in ogni parte del mondo, affiancano le risorse interne del cliente, che conoscono a fondo i processi e gli obiettivi dell’organizzazione. È un percorso di co-creation e condivisione che riscuote un successo crescente in ogni parte del mondo, Italia inclusa”.

Open source o, meglio, open collaboration

In questo percorso di condivisione, cliente e vendor devono sedersi a un tavolo e decidere gli investimenti da fare, cosa ammodernare, cosa mantenere. “Ammodernare il proprio data center per abilitare il cloud ibrido significa poter sfruttare la potenzialità del cloud senza dover intraprendere grandi investimenti in termini di hardware nell’azienda”. 

Andrea Toigo, Direttore Prevendita Server e Storage Emea di Intel Corporation
Andrea Toigo, Direttore Prevendita Server e Storage Emea di Intel Corporation

Un tema che argomenta  Andrea Toigo, Direttore Pre-vendita Server e Storage EMEA di Intel Corporation  Intel, evidenziando il concetto che con il cloud ibrido le aziende hanno a disposizione flessibilità e facile scalabilità per ottimizzare l’offerta dei servizi e per ottenere maggiore efficienza e agilità: L’obiettivo è portare i benefici del cloud alla portata di tutte le aziende – precisa Toigo -. Ammodernare il proprio data center per abilitare il cloud ibrido significa poter sfruttare la potenzialità del cloud senza dover intraprendere grandi investimenti in termini di hardware nell’azienda. Collaboriamo in ambito open source con OpenStack e Linux e con i maggiori software vendor nel settore della virtualizzazione per assicurare prestazioni ottimali per le loro applicazioni cloud. Inoltre, attraverso iniziative come Intel Cloud for All, stiamo estendendo la virtualizzazione dai singoli server all’intero data center tramite SDI, offrendo una rampa d’accesso fondamentale per cloud ibridi maggiormente scalabili”.

L’accento sull’apertura viene anche da Red Hat con la consapevolezza che sebbene il public cloud sia una scelta ideale per determinati scenari, il mercato non è ancora sufficientemente maturo per rispondere a tutte le esigenze delle aziende relativamente alla gestione delle applicazioni business-critical.

Danilo Maggi, Marketing Manager, Red Hat Italia
Danilo Maggi, Marketing Manager Red Hat Italia

“Solitamente le aziende hanno ambienti misti in cui convivono diverse architetture: private cloud, public cloud e ambienti IT tradizionali. Naturalmente, non è sufficiente supportare la differenti piattaforme. Senza uno strumento di management unificato, le organizzazioni IT finirebbero per costruire silos separati, ricreando le stesse policy e gli stessi processi di automazione per ciascuna piattaforma” precisa Danilo Maggi, Marketing Manager, Red Hat Italia.   Questo strumento unificato di management, una Cloud Management Platform, è ciò che mantiene unite le diverse componenti di una stessa applicazione, indipendentemente dal fatto che siano ospitate su piattaforma scale-up o scale-out, garantendone la consistenza dal momento del provisioning a quello della dismissione. “Un ulteriore aspetto da considerare è l’importanza di disporre di una piattaforma open cloud, che è l’unica in grado di portare innovazione continua all’intero stack IT. Più di ogni altra cosa, infatti open source significa open collaboration. E questo ha permesso di trasformare queste soluzioni da un mero sostituto delle tecnologie proprietarie , magari per soli motivi economici, a piattaforme di riferimento per l’innovazione. Basti pensare al progetto cloud OpenStack”.

 Mantenere il pieno controllo

Gli analisti di tutto il mondo sostengono che collegare gli asset dei data center on premise alle varie risorse distribuite nei cloud pubblici sarà la priorità assoluta per tutto il 2017. Un dato che per Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia, conforta la strategia di Hybrid Cloud di Microsoft: “Il cloud ibrido è la chiave della nostra strategia Cloud e d’altra parte Windows Server 2016 e System Center 2016 nascono per supportare scenari ibridi ed Azure stack è un componente importantissimo in questo contesto, che consentirà alle aziende clienti di sfruttare le potenzialità di Azure direttamente nei propri data center. Una piattaforma che permetterà di lanciare applicazioni e servizi in cloud, mantenendo però il pieno controllo delle macchine e dei dati in essa contenuti”.

Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia
Roberto Andreoli, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft Italia

Con Azure Stack le aziende potranno da un parte dare un valore più strategico ai loro investimenti, combinando i loro applicativi open source con i loro sviluppi su .Net, utilizzarndo API identiche a quelle a cui sono abituati su Azure all’interno della loro architettura on premise e dall’altra trasformare i loro software in servizi (e di conseguenza i loro modelli di business).  “ll Cloud ibrido crediamo rappresenti la giusta risposta alle richieste della maggior parte delle organizzazioni italiane che vogliono incrementare l’agilità aziendale, consentendo alle varie divisioni IT di estendere l’erogazione di alcuni servizi direttamente in Microsoft Azure, garantendo loro l’opportunità di investire in nuovi acquisti di computing e storage in modo più strategico e a costi contenuti”.

Indirizzare meglio i budget è un punto che accomuna tutti i vendori oltre che la ricerca di semplicità e l’apertura delle soluzioni. Per Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia, strategico è il dialogo tra ciò che è in cloud e ciò che non lo è. Oggi tutte le soluzioni tecnologiche Oracle sono anche in Cloud –  precisa. – Questa è la premessa chiave della nostra offerta in termini di Hybrid Cloud. La suite di servizi è completa, su tutti i livelli tecnologici e applicativi, e analoga a quello che offriamo on premise. Noi promettiamo un hybrid cloud che permetta schiacciando un bottone di trasferire processi e carichi al cloud e soprattutto di tornare indietro con la stessa semplicità: la garanzia è che la piattaforma, aperta e basata su standard, consente il dialogo continuo e sicuro tra quello che si trova dentro e fuori il data center aziendale”.  

Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia
Luigi Scappin, Sales Consulting Director di Oracle Italia

Da qualche mese Oracle ha introdotto sul mercato la modalità Cloud@Customer ossia un vero e proprio Oracle Cloud installato all’interno del firewall del cliente. “Con Oracle Cloud Machine ed Exadata Cloud Machine l’azienda fruisce di tutti i benefici (tecnologici e finanziari) del Cloud Oracle e lo guida verso una transizione più modulare” .
Per le imprese italiane, scegliere l’hybrid cloud è una opportunità per sperimentare il potenziale di trasformazione profonda del cloud tenendo conto della realtà: ovvero del fatto che sistemi e software on premise non spariranno nel giro di pochi anni, e allo stesso tempo del fatto che la flessibilità e l’agilità del business che il cloud consente è cruciale per rimanere competitivi, così come per valorizzare la capacità di innovazione dei propri reparti IT, consentendo loro di focalizzarsi sul contributo alla crescita del business e meno sulla gestione, manutenzione di una infrastruttura che si fa per forza di cose sempre più ramificata.

Ma quale roadmap devono attuare le aziende per migrare al cloud? Da dove devono incominciare? I consigli nella terza e ultima parte di questa inchiesta, a seguire.