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Ibm, sfruttare la finestra dei prossimi 12-18 mesi per Industry 4.0

Direttore responsabile di Silicon, ITespresso, ChannelBiz e Ubergizmo dalla nascita, ama analizzare le dinamiche del mercato IT e le strategie dei vendor. Scrive da più di vent'anni di tecnologie, acquisizioni, hardware e software. Modera convegni e seminari. In passato ha diretto Techweekeurope, Gizmodo, Vnunet, PC Magazine e PC Dealer, iniziando il percorso professionale a Computerworld Italia dopo la laurea.

Enrico Cereda, amministratore delegato di Ibm in Italia, presenta Industria 4.0, il punto di vista di IBM per accelerare la trasformazione delle aziende. Senza tempo da perdere

“Siamo in una finestra temporale apparentemente unica. La produttività è in crescita dello 0,3% negli ultimi anni e l’elemento principale che guida questa fase è la leva tecnologica”.  E’ Enrico Cereda, amministratore delegato di Ibm in Italia, a sottolineare l’unicità di questa fase  che vede da una parte la strategia delineata dal piano Calenda (o piano Nazionale Industria 4.0, presentato il  21 settembre 2016)  con al centro i temi dell’innovazione, dall’altra le tecnologie ormai mature di cloud, intelligenza artificiale, analytics e mobile che possono permettere alle aziende e al Paese di fare un salto di competitività.

Stefano Rebattoni, general manager Global Technology Services di Ibm Italia
Stefano Rebattoni, general manager Global Technology Services di Ibm Italia

Una finestra temporale però stretta, di 12-18 mesi, in cui le aziende devono accelerare i processi di innovazione, sfruttando sia i 13 miliardi di euro messi a disposizione dal Piano Calenda, sia le condizioni favorevoli di accesso al credito legate alle mosse della BCE e al Piano di Quantitative Easing di Mario Draghi, che si chiuderà con il 2017.  “Spinte convergenti di diversi fattori  – incalza Stefano Rebattoni, general manager Global Technology Services di Ibm Italia con responsabilità sul progetto Industria 4.0 -.  Dopo che il cloud computing si è rivelata tecnologia matura, ora l’ultimo paradigma è quello del cognitive computing e dell’intelligenza artificiale. Le condizioni tecnologiche sono già in possesso del mondo della domanda e dell’offerta, bisogna solo accelerare la realizzazione dei progetti”. Il comparto manifatturiero italiano ne potrebbe beneficiare tra i primi,  ma deve rilanciare il tema della competitività, soprattutto se paragonato all’agilità con cui altri paesi europei come la Germania si muovono e utilizzando gli incentivi.  Entrano qui in gioco altri aspetti legati alle competenze delle persone, alla cultura dell’azienda, alle partnership messe in campo. Perché se le aziende sanno che devono cambiare non sanno come farlo.

Come fare, mentalità e partner

Gli strumenti ci sono, importante è capire come utilizzarli. “Abbiamo oggi la capacità di mettere a terra tecnologie e competenze, l’attenzione è alle sfide dettate dalla competitività dei diversi mercati  – spiega Massimo Zocche, Industry Solution Manager  di Ibm  -. L’obiettivo è inserire intelligenza nelle macchine è aiutare l’industria a cambiare mentalità: dall’affitto del macchinario si passerà ad acquistare ore di produzione, a implementare più intelligenza cognitiva che intelligenza artificiale, con la capacità di trarre conoscenza da informazioni non strutturate”.  Start small, scale fast è il modello, avendo presente in ogni progetto il punto di arrivo da raggiungere in modo agile. “Questo approccio parte mirato con piccoli passi (start small) e poi cresce velocemente (scal fast) cercando di replicare esperienze di successo – continua Zocche -. E’ arrivato il momento di partire, di essere operativi dal piccolo ma pensando di crescere velocemente”.  Il primo progetto di questo tipo per Ibm portava il nome di Fabbrica Intelligente, nel 2008, e ha permesso di maturare esperienza in diversi settori industriali.

Enrico Cereda, amministratore delegato di Ibm Italia
Enrico Cereda, amministratore delegato di Ibm Italia

 “Conosciamo bene questo paese e il suo territorio grazie ai 90 anni della nostra storia – precisa Cereda -: le piccole e medie imprese hanno oggi la grande opportunità di fare il salto e grazie alla presenza di partner sul territorio possiamo rendere accessibili tecnologie di cognitive computing anche alle pmi”.  
Si sta sviluppando un ecosistema di partner di tipo tecnologico per aiutare l’end user nella trasformazione digitale, anche in settori “dimenticati – precisa Zocchi – non ultimo quello alimentare, una eccellenza italiana”. La collaborazione con le università per la formazione di Data Scientist per analisi predittiva e le 700 risorse di Ibm che seguono in Italia la tematica Industria 4.0 disponibili per i clienti sono gli asset messi in campo, che si affiancano agli investimenti globale: il centro Watson a Monaco di Baviera aperto ai clienti anche italiani,  i 3 miliardi di dollari investiti in IoT con 6.000 referenze a livello mondiale, l’apertura del Cloud Data Center a Milano nel 2015 utilizzato da molte piccole e medie imprese per infrastruttura e piattaforma, il progetto di investimento di un Watson Health Centre nell’area ex-Expo a Milano.  

Il punto in un libretto

L’Ibm pensiero su Industry 4.0 è riassunto in “un libretto” (così lo definisce simpaticamente Rebattoni) internamente redatto da Ibm con l’intento di capire cosa concretamente significhi Industria 4.0, cercando di integrare  tutti gli anelli della fabbrica, dal produttore al cliente finale. Siamo partner delle imprese clienti  – precisa Cereda -. Abbiamo un approccio inclusivo, ci poniamo come service integrator con la nostra tecnologia ma anche con  quella dei  nostri amici e non amici. Un approccio inclusivo di tecnologie terze, come l’accordo con Cisco  dimostra, perché  Industria 4.0 è un mondo che va affrontato con le alleanze. A breve un roadshow per portare  questa tematica sul territorio perché l’innovazione si fa sul campo. Bisogna spingere un salto culturale nelle pmi: che hanno la consapevolezza che devono fare qualcosa, ma non sanno come farlo”.

Dal punto di vista della tecnologia, Ibm ha definito un’architettura di riferimento con l’obiettivo di portare a sistema le decine di progettualità già realizzate: “ne vorremmo realizzare un centinaio, con casi di riferimento in ogni settore, che possano essere replicati all’interno della filiera” precisa Rebattoni. Un processo facilitato dal fatto che il tema  è cross industry e i clienti vanno coinvolti direttamente dalla fase di progettazione. “Il dato è un valore, ma non la sua proprietà, bensì  la sua condivisione”  puntualizza Rebattoni.

Severa la conclusione di Cereda. “Il piano Industria 4.0 può portare benefici al paese, al business, ai cittadini.  Ma bisogna attuarlo subito. Nei prossimi 24-36 mesi vedremo le aziende che stanno sul mercato e quelle che non ci saranno più”.