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Competenze Digitali 4.0, il gap non è solo formativo

Nel 1998 inizia la sua esperienza nel mondo IT in Mondadori e partecipa alla nascita di Web Marketing Tools di cui coordina la redazione. Redattore esperto di software per PC Magazine, e caporedattore di ComputerIdea, segue da circa 20 anni l’evoluzione del mondo hardware, software e dei servizi IT in un confronto continuo con le aziende leader del settore

Poca consapevolezza sull’importanza delle Competenze 4.0 e skill lacunose anche nelle aziende rappresentano un freno per la nostra Digital Transformation. L’analisi degli esperti sulla scorta dei dati dell’Osservatorio delle Competenze Digitali

“E’ un tema critico per l’Italia quello delle competenze digitali, soprattutto in relazione al tasso di disoccupazione giovanile a doppia cifra ma sempre da mettere in relazione con il fatto che l’innovazione che crea posti di lavoro allo stesso tempo ne distrugge: posti completamente diversi gli uni dagli altri…”
Il Professor Cherubini, Prorettore e Vicario dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, apre così la sessione di presentazione sui risultati dell’Osservatorio delle Competenze Digitali 2017, per una mattinata di lavoro con l’obiettivo di fotografare la situazione del Paese non solo in relazione a “quali siano” le competenze digitali ricercate, ma anche a quanto sia percepito il problema come fattore strategico per la competitività complessiva del nostro sistema socio-economico.

Se infatti da un lato è viva la preoccupazione per le lacune nei percorsi formativi, dall’altro è constata la scarsa diffusione di skill anche nelle imprese come e tantopiù nella PA. 

Mario Mezzanzanica Direttore Crisp
Mario Mezzanzanica Direttore Scientifico Crisp

Da questo punto di vista sono illuminanti i contributi ai lavori di Mario Mezzanzanica, direttore scientifico del Crisp-Unimib e di Giancarlo Capitani, Presidente NetConsulting Cube.

Mezzanzanica nell’analisi delle vacancy per il mercato del lavoro italiano registra in primis come l’incontro tra la domanda e l’offerta sia sempre più basato sulle possibilità offerte dalla Rete, ma il messaggio portante della sua analisi è l’evidenza per cui la richiesta di competenze digitali è sempre più pervasiva in una serie di professioni anche non strettamente legate all’ambito ICT.

Così skill tecnologiche scontate in ambito ICT sono ricercate anche negli altri ambiti oggi e in proiezione ancora di più nei prossimi anni non solo – come si potrebbe pensare – in relazione ai normali applicativi Office, ma anche per i sistemi ERP, CAD, Java, Html, e ovviamente sulle piattaforme CMS, per partecipare attivamente alla vita aziendale.

Tra il 2013 e il 2017 infatti è già documentata in crescita la richiesta di competenza sui software specialistici anche per le professioni non ICT. 

Nel modello di capacità di interazione con gli strumenti digitali, progettazione, sviluppo e utilizzo restano pilastri fondamentali con requisiti di competenze decrescenti e mentre in ambito ICT Developer, Systems Analyst, Digital Media restano le professioni di riferimento richieste, si affacciano a generare il gap di expertise le richieste di professionisti in ambito cyber security, di analisti su applicazioni di business intelligence, big data, per un trend esplosivo dal 2013 ad oggi che ha visto la crescita di recruitment del 280 percento. Il gap negativo riguarda soprattutto la richiesta di giovani laureati, più che di giovani diplomati. 

Soprattutto è sempre più evidente quanto la velocità del cambiamento sia decisamente maggiore rispetto alla capacità dimostrata fino ad oggi di tenere il passo; come il processo di polarizzazione delle professioni e quindi la richiesta di alti livelli di skill, da un lato, e le sfide portate dalla robotica dall’altro non abbiano ancora trovato una risposta strutturale, anche considerando le importanti variazioni sulla nuova geografia del lavoro, come ben racconta lo studio di Enrico Moretti citato come fonte per la comprensione dei cambiamenti in atto. 

Giancarlo Capitani
Giancarlo Capitani – Presidente NetConsulting Cube

Il contributo di Capitani va ancora oltre. NetConsulting oltre all’analisi del rapporto domanda e offerta ha cercato di studiare come le aziende e la stessa PA vivano il momento di transizione attraverso una serie di interviste su un campione di circa 115 aziende ICT, 50 aziende con utenti “tecnologizzati” e 30 Enti Pubblici.

Capitani conferma la rapida accelerazione, su un modello, però, che “non è più rapportabile a semplici stime di diffusione, ma più vicino invece ai processi di contaminazione”, una sorta, la definisce Capitani, di epidemia digitale in parte anche inconsapevole”.

Nella “batteria di cantieri tecnologici” in azione in questi mesi/anni, all’origine delle filiere di trasformazione digitale, Capitani pone come primo caposaldo il cloud computing, in grado da solo di generare una forte richiesta di competenze non solo per i servizi in outsourcing ma anche internamente, per esempio per la valutazione delle attività strategiche da mantenere on premise.

Se al momento Big Data, IoT, Robotica e Ai (con le relative declinazioni professionali)  richiedono una serie di competenze pressoché introvabili, Capitani pone un accento importante quando sottolinea che “la ricerca di nuove figure per orientare i processi di cambiamento non deve procedere a silos, ma richiede la capacità di guardare a professionalità in grado di concatenarsi tra loro”

La trasformazione digitale sarà infatti trasformazione strutturale di servizi, processi e progetti e se è vero che è possibile attivare nuovi processi sfruttando le tecnologie abilitanti del futuro, la tecnologia di per sé non potrà essere considerata il fine ma saranno da richiamarne le potenzialità come strumento.

Skill Digital Rate per i profili CEN
Osservatorio delle Competenze Digitali – Skill Digital Rate per i profili CEN

Ecco quindi il bisogno di competenze secondo due declinazioni complementari ma irrinunciabili: prima di tutto le cosiddette soft skill, capacità relazionali, di generazione di consenso, di negoziazione, di comunicazione, di gestione dei problemi complessi – specifiche intangibili e davvero difficilmente rinvenibili in un unico soggetto.

Dall’altra la capacità di leggere la trasformazione digitale come una sorta di ibridazione tra tecnologia e business, e pertanto la necessità di trovare competenze anche tecnologiche insieme a competenze di business nei medesimi candidati. Il capitale umano pertanto resta un fattore chiave, anzi “IL” fattore chiave.

Se è vero che il tessuto formativo ancora non sembra sostanzialmente offrire un boost sufficiente, è vero anche che la difficoltà ad approcciare il cambiamento non è oggi solo delle risorse “intermedie”, ma anche e forse soprattutto del nostro management. E’ scarsa la cultura sulla Digital Transformation ai “piani alti”, ma è scarsissima anche l’attenzione aziendale per la formazione interna e fors’anche per conoscere se stessa come primo passo verso il cambiamento.

Lo sguardo locale in relazione a questo scenario vede Milano – come città tra le più “smart” d’Italia – L’assessore alla Trasformazione Digitale Roberta Cocco così ha commentato in apertura: “Milano può fungere da esempio virtuoso di cambiamento dei processi interni all’amministrazione e di diffusione di buone “practice” digitali con la collaborazione del tessuto associativo, economico e sociale sul territorio”.

La città sta impegnandosi su alcune sfide: sul fronte interno con l’interoperabilità dei dati fra assessorati e con la riorganizzazione dei processi, sul fronte esterno attraverso una capillare informazione al cittadino sulle possibilità di interazione digitale con la Pubblica Amministrazione.